Aveva dunque vissuto, poteva dunque morire, poichè era questo il suo destino. Non era colpa sua se a mezzo il cammino si era profondo spalancato l’abisso.
Ma ora che la morte era stornata dal suo capo, la vita aveva per lui delle atroci preoccupazioni, e se fin allora era stata una via dritta, da quel giorno gli si presentava come un bivio disseminato di spine. Abbandonare quel vecchio per continuar a compiere quel che diceva il suo dovere, o tradire di dover suo per accettare un nome, un titolo, una ricchezza? È vero che non aveva esitato, che l’anima sua onesta e leale non si era lasciata vincere; ma pensando a quel vecchio che gli aveva aperto le braccia chiamandolo figlio, incominciava a sentire un sordo dolore. Pure bisognava risolversi: quella prigionia non sarebbe finita che dopo una sua decisione. Quale, esser doveva? Comprendeva inoltre che il padre, venuto per la repressione di quella guerra, non avrebbe potuto dar la libertà a lui che seguir voleva le sorti dei Borboni.
Una evasione, solo una evasione avrebbe potuto risolvere un tal viluppo. Egli sarebbe andato lontano egli avrebbe mantenuto la sua promessa raggiungendo in Sicilia la Regina, rinunciando al suo titolo, al suo diritto, per seguir la via che il destino gli aveva tracciato per non tradire la fede che avea giurato. È vero che suo padre ne sarebbe morto dal dolore; è vero che egli avrebbe sacrificato tutto il magnifico avvenire che gli balenava dinanzi; però avrebbe compiuto il suo dovere, avrebbe mantenuto la sua fede! Ma come, come evadere da quella prigione, le cui mura eran così massicce, che era custodita da un battaglione di soldati?
Mentre Riccardo era in questi pensieri, nella stanza attigua in cui si apriva la porta della prigione, il sergente de Chantal, dopo aver tirato a sè la porta della stanza in cui dormivano i soldati di guardia, si era fatto a quella che dava nello stambugio e picchiava con le nocche delle dita.
La porta si aprì e sulla soglia apparve Vittoria.
— Zitto — disse — il nonno si è addormentato proprio adesso. Senti come russa!
Infatti veniva dallo stambugio un russar sonoro che pareva un brontolio di tuono.
Il sergentino richiuse pian piano la porta, con mano tremante dall’orgasmo, poi prese fra le braccia la giovane donna che non oppose alcuna resistenza.
— Finalmente, finalmente siamo soli, siamo liberi fino a domani! — disse il sergente.
Una lucernetta spandeva un fioco chiarore per la stanza. Vittoria si lasciava stringere, mentre i suoi occhi si fissavano sulla porticina della prigione.