Febbrilmente si accinse all’opera coadiuvato da alcuni ufficiali. Quando il medico aprì la vena del braccio un rosso e fumante zampillo di sangue ne venne fuori.

Poco dopo il Commissario aprì gli occhi e balbettò alcune parole che non furono comprese.

— Per ora il pericolo è scongiurato — disse il dottore — ma ci è sempre da temere una ricaduta.

Non aveva finito di dire queste parole quando si sentì una voce che gridava:

— Il prigioniero è evaso... il sergente di guardia fu trovato col bavaglio e coi piedi e le mani legati saldamente.

Il giacente parve scuotersi a tal grido: volse gli occhi intorno muovendo le labbra. Gli ufficiali tutti sorpresi si volsero verso la porta ove era apparso il vecchio sergente La Harpe che aveva portato la notizia.

— Evaso? — gridarono gli ufficiali — Possibile? Per la porta, per la finestra di una prigione che ha la porta di ferro e la finestra presso al soffitto! Parla dunque.

— Io so quel che mi ha detto il povero de Chantal: mentre egli faceva la ronda vide spalancarsi la porticina di uno stambugio che dà sulla via e che era ben chiusa, e in un baleno gli furono addosso due omaccioni, uno dei quali lo ridusse all’impotenza, l’altro spezzò gli anelli del catenaccio e poi col prigioniero fuggirono, lasciando de Chantal che faceva vani sforzi per isciogliersi.

— Presto, presto — disse il maggiore — che una compagnia del battaglione insegua i fuggitivi. Se quel brigante ha il tempo di raccogliere intorno a sè i rimasugli della banda sarà un affare serio. A voi, capitano — disse poi rivolgendosi ad un ufficiale — il compito di riportarlo morto o vivo, anzi, meglio morto che vivo.

Il capitano uscì. Il maggiore si fece al letto del Commissario che pareva avesse del tutto riacquistato la coscienza e aveva nello sguardo una espressione di ansia che il maggiore interpretò per dolore e per sdegno della avvenuta evasione.