Il giovane taceva contemplando il castello. Fra poco dunque, fra poco la sconosciuta gli avrebbe svelato il suo segreto: essa era là che lo aspettava in quell’ora della notte; essa era là che vegliava e forse aveva inteso lo scalpitio del cavallo. Ma bisognava aspettare gli armigeri che aveva di tanto sopravanzato.
— Perchè non sediamo? — disse lei. — Stando così siamo esposti ad esser visti. Che guardi tu?
— Ascolto se odo il passo dei cavalli che eran con me.
— Siedi dunque.
Egli sedette a piè d’un albero vicino a lei.
— Dunque ti dicevo — continuò la donna che volgeva di tanto in tanto, quasi timida ed irresoluta lo sguardo acceso al giovane pur sempre distratto — che avevo teso un agguato a quegli ufficiali, i quali in una taverna, in presenza di un uomo della mia banda travestito da carbonaro avevan detto di voler fare di me la loro amante. Ah, come mi sarei divertita se mi fossero caduti nelle mani; che bel servizio avrei lor fatto! Piaccio dunque ancora come donna, quantunque sia vestita così! Da quanto tempo non vesto le gonne, da quanto!...
Poi, dopo una pausa, gli disse quasi irata e con accento superbo:
— Ma lo sai tu che io ero una signora, che nelle mie vene scorre sangue di signori, che in un tempo ero la più bella signorina del mio paese che mi si citava come una meraviglia perchè sapevo leggere e scrivere, lo sai tu?
— Sì, lo so — rispose lui — ho inteso narrare la tua storia.
Ella chinò il capo e stette pensosa un istante.