— Io non so se vi si vorrà fucilare adesso o se vi fucileranno poi. In quanto a quel che avete fatto, la vostra aria spaventata mi dice che ben lo sapete, e chi sa non foste voi uno dei due che sopraffecero il povero De Chantal per far fuggire il prigioniero.

— Riccardo fuggito, Riccardo fuggito! — gridò Carmine vieppiù stravolto.

— Dieci minuti per finir di vestirvi, andiamo. La reciterete poi la commedia innanzi al Consiglio di Guerra. E questa volta si andrà per le spicce; il Commissario non metterà degli inciampi come ha fatto finora alle risoluzioni ed ai provvedimenti energici. Già — disse poi, voltosi ai due soldati — sempre così quando cotesti borghesi vogliono imporre le loro leggi a noi militari. Ho inteso io il mio capitano dir cose di fuoco contro i tentennamenti di quel vecchio che essendo della stessa razza di questi briganti mal vedeva che si fucilassero! Ma a quest’ora o è morto o sta per dare l’anima al diavolo!...

— Il signor duca il signor duca malato, morto forse! — esclamò Carmine colpito al cuore dalle parole del caporale.

— La fuga del prigioniero, che lui non volle si fucilasse ieri, lo avrà spaventato per la responsabilità che incombe su lui. Via su, andiamo.

Carmine macchinalmente aveva finito di vestirsi: nel suo povero cervello cozzavano le idee, e innanzi al mistero della fuga di Riccardo e dell’agonia del duca che il giorno innanzi aveva lasciato vegeto e sano la sua mente si smarriva. Tutto il suo sogno dileguava, e una terribile realtà, vieppiù terribile perchè avvolta nel mistero, era rimasta di quel sogno. Non sapeva il duca che il prigioniero era suo figlio? Non li aveva lasciati l’uno di fronte all’altro? Non gli era parso il duca sfavillante di gioia? Che era dunque avvenuto? Perchè Riccardo era fuggito? E che si voleva da lui ora? Forse si era saputo che il fuggitivo aveva vissuto per lunghi anni nella sua casa, che egli lo aveva amato come un figlio, e lo si riteneva complice della evasione? E in questo caso, come aveva detto il caporale, lo avrebbero fucilato?

Col cuore stretto da una orrenda paura, col cervello in tumulto, avendo finito di vestirsi si avviò in mezzo ai soldati verso il castello.

Il duca giaceva supino sul suo letto affannando penosamente: di tanto in tanto apriva gli occhi e li rivolgeva alla porta con una espressione di ansia angosciosa. Due valletti vegliavano a piè del lettuccio, tenendosi muti ed immobili. Di tanto in tanto entrava nella camera il dottore che si appressava al giacente, e dopo averlo osservato si ritraeva scuotendo il capo.

— Che ne dite dottore? — gli chiese il comandante del battaglione che aspettava nella stanza attigua.

— Potrebbe salvarsi se gli si evitassero le emozioni. La fuga del prigioniero è stata la causa precipua del male.