Parve d’un tratto rianimato tanto che tentò di sollevarsi pur non distogliendo gli occhi dall’uscio, sul quale fra due soldati apparve Carmine con i polsi stretti dai ferri, livido, disfatto, reggendosi appena sulle gambe malferme.

Il giacente a tal vista sembrò richiamasse tutte le sue forze, si sollevò a sedere e stese il braccio, dicendo con voce rotta ma con accento imperioso:

— Si tolgano quei ferri... Comando io qui... Uscite tutti, tutti...

E volse intorno lo sguardo nel quale balenava lo sdegno.

I soldati si affrettarono ad ubbidire: i valletti uscirono, uscirono i soldati. I lineamenti del vecchio si ricomposero, e voltosi a Carmine che era passato dal terrore alla gioia nel vedersi sciolto dai ferri, ma che era pur sempre intontito:

— Chiudi la porta — gli disse, giungendo con uno sforzo a ben profferire le parole.

Carmine chiuse la porta; poi, vinto dalla commozione nel veder lo stato in cui era ridotto il vecchio duca, si avvicinò al lettuccio, e giungendo le mani:

— Dio mio, Eccellenza, Dio mio, cosa è stato?

— Ascolta — disse il vecchio, del quale la dolorosa tensione dell’anima era visibile nei tratti scomposti del viso. — Egli è fuggito. Egli ha preferito... quel che dice il suo dovere a me... Lui non poteva amarmi così d’un tratto... è giusto... come io l’amai solo a vederlo... Lui può fare a meno di un padre... io non posso fare a meno del figlio mio... Perciò muoio...

Parlava lentamente, fermandosi ad ogni frase ed affannando, quasi stentasse a tradurre il pensiero. Pure continuò rantolando, ma riuscendo a proferir bene le parole: