— Se non lo uccideranno, raggiungerà in Sicilia la sua Regina... È lei che me lo toglie, lei... quella donna infernale che ho odiato fin da quando mise il piede in questo Regno... Gli perdono e lo benedico... se il destino lo vuole salvo dai soldati che lo inseguono, e tu lo rivedrai, digli che l’ho perdonato e l’ho benedetto nel punto... di morire.
Il vecchio Carmine che da un’ora subiva tante e sì diverse emozioni, aveva gli occhi gonfi di lagrime, nè trovava parole per confortare il morente.
Il quale riprese:
— Ella ti diede una lettera per me che tu per trent’anni custodisti fedelmente: io ti do una lettera per lui; la Provvidenza ti assisterà anche in questo. Dammi quel calamaio e quella carta.
Carmine corse allo scrittoio e portò al duca l’occorrente per scrivere. Il duca con mano tremante scrisse alcune parole, firmò, poi porgendo la carta a Carmine:
— È il mio testamento... che gli darai con la lettera di lei che è qui... sul mio petto... E gli dirai che lo bene...
Non compì la parola e ricadde sul letto, livido e rantolante.
Carmine smarrito, tremante, trasse dal petto del vecchio la lettera che il giorno innanzi gli aveva dato, la nascose, con la carta che il duca aveva scritto; poi si chinò sul giacente, e poichè il rantolo era cessato, gli sollevò le palpebre.
Gli occhi eran vitrei, senza sguardo, iniettati di sangue.
— Dio mio! — gridò atterrito. — Dio mio!