Ella intese come se il cuore le si squarciasse. Il sogno di un tratto si dileguò e rimase la realtà, la terribile realtà che aveva aperto a lei dinanzi l’abisso. Nell’impeto del dolore ritornò la fierezza del carattere.

— No — rispose — no. Vai tu, io resto.

— Ma comprendi che è inutile lottare più oltre, che per ora la nostra causa è perduta? Che farai qui? La tua banda è dispersa: i pochi che restano saran presto o uccisi o imprigionati. E poi finora combattemmo da soldati per un nobile scopo; d’ora innanzi dovremmo combattere da briganti...

— Va tu, io resto! — ripetè lei cupa in viso.

— Ma io non posso lasciarti. Non ti debbo la vita, non ti debbo la libertà forse?

— Tu nulla mi devi, nulla. Anche senza di me, tuo padre ti avrebbe salvato.

— Mio padre? — gridò lui. — Tu sai dunque?...

— Sì, tutto. E so che tu non ami la Regina, tu ami un’altra donna e perciò vai in Sicilia.

— Chi te l’ha detto? — balbettò lui — chi te l’ha detto?

— Che farei io in Sicilia? — continuò Vittoria senza rispondere alla domanda del giovane. — Tu colà sarai riconosciuto per quel che sei, porterai il nome cui hai diritto, e la donna che tu ami sarà ora ben orgogliosa di portare il tuo nome. Che verrei a fare io? Avevo fatto un sogno, un dolce sogno nel quale avevo rannodato il presente e l’avvenire alla mia prima giovinezza. Mi vedevo quale fui finchè il demone della mia vita non mi travolse, degna di portare il nome col quale tu ti presenterai a lei in Sicilia, perchè anche io nacqui da gente cospicua, anche io in un tempo era una stella alla quale ben pochi sguardi avevano il diritto di volgersi per contemplarla. Tu dormivi, ed io dormivo con te. La tua parola mi ha destato, la tua parola ha rifatto di me... quel che avevo obliato di essere.