— La mia liberatrice! — esclamò lui — che non ha curato pericoli, e che per provarmi la sua devozione ha arrischiato più che di morire, di cadere in mano di quella gente...
— Di questo non ho temuto. Non ti ho detto che porto con me un infallibile veleno?
Egli le si avvicinò, ne prese le mani che fremettero al contatto delle sue e le disse con voce dolcissima e tremante per la tenerezza:
— Vuoi tu esser più che la mia amante, la mia sorella buona, cara, a cui io consacrerò la parte migliore dell’anima mia? È vero, sì, io amo una creatura alla quale ho appena rivolto in due o tre occasioni la parola, una creatura che ignora, e forse ignorerà sempre che il mio pensiero è pur sempre di lei. Io non so se è vero che sia mia cugina; io non ho cessato di essere il capitan Riccardo e non sarò mai altro; dunque nulla di comune fra me povera lucciola e quella stella. Oltre a questo amore, io ho un impegno, un dovere da compiere. Ho promesso, sia pure in un istante di delirio e insieme di orgoglio, se fossi rimasto vivo, di accorrere in Sicilia per offrire i miei servigi alla Regina. Dove mi condurrà l’adempimento di un tal dovere? Nol so e non m’importa di saperlo. Che io ti ami... come una sorella, oh, credilo Vittoria; io darei per te la mia vita, per la felicità tua... guardami negli occhi... ne dubiti tu, ne dubiti? Avrei potuto far di te un’amante... sei bella ed hai nello sguardo il fascino di un’anima dominatrice, e non ho voluto e non voglio perchè sarebbe una slealtà della quale un giorno tu mi chiederesti conto come mi chiederebbe conto colei che dall’alto del suo trono è scesa fino a me. È già troppo, sorella mia, che io mi divincoli fra due amori, pur l’uno non togliendo nulla all’altro. Vuoi tu dunque esser la mia amica come sei stata la mia salvatrice?
Ella ascoltava col capo chino e il petto ansante, sopraffatta da un sordo dolore, ma pur costretta ad ammirare la lealtà di Riccardo. Ah, sì, ben terribile si sarebbe destata la sua gelosia se a quel suo amore egli si fosse piegato per un impeto del sangue. Non la disdegnava dunque, se l’aveva detta bella e affascinante? Era la lealtà del suo carattere che gli aveva impedito di darlesi! Ella ben sentiva che le mani di lui tremavano nelle sue, ben sentiva nella voce del giovane i fremiti del desiderio, e ciò valse a renderle meno amare le parole di lui.
Ed era per rispondere, quando una voce che veniva dal fondo della caverna li scosse.
— Lo zoppo, lo zoppo — si gridava, mentre tutti si affollavano verso una delle vie sotterranee.
Riccardo e Vittoria si rivolsero ben sapendo esser lo zoppo un’antica spia che gli sbandati avevan preso al loro servizio per essere informati dei movimenti delle soldatesche, incombenza che compiva con singolare acume e furberia non solo per la conoscenza che aveva dei luoghi, quanto per la destrezza nel penetrare ovunque ci era da raccogliere notizie e nel travestirsi. Che ei fosse veramente zoppo molti dubitavano, perchè lo si era talvolta visto camminar dritto sotto questo o quel travestimento e nessuno meglio di lui sapeva inerpicarsi su per le balze o discendere precipitando.
— Insomma — diceva lo zoppo a coloro che gli si stringevano intorno — chi è vostro capo? A lui solo dirò quel che gli debbo dire, anche perchè sono quindici giorni ormai che vo su e giù rischiando la pelle e nessun di voi mi ha dato di che comprarmi un pizzico di tabacco. Pure una cosa ve la dirò, ed è che fra un’ora se non pensate ai casi vostri sarete fatti in tanti pezzi che il più grosso sarà l’orecchio.
In così dire erano giunti innanzi a Vittoria ed a capitan Riccardo che si era alzato da sedere.