— L’idea è buona, se però i Francesi non la faranno divenir cattiva...
— Qual’è il tuo avviso, Vittoria?
— È il tuo — rispose lei.
Egli ne comprese tutta l’amarezza dell’animo; comprese d’essere stato ingrato e le si rivolse con un impeto di tenerezza e di pietà profonda:
— So, so, lo intendo, anima fiera e devota, quanto sia doloroso, per te il vedermi quasi dimentico del tuo generoso sacrifizio. Tu la invitta, tu la dominatrice, tu il cui gesto era un comando, il cui corrugar del ciglio era un fulmine; tu cui debbo se non la vita e la libertà, la prova suprema di quanto possa un cuore di donna in una maschia compagine! Ma non sei tu da compiangere; sono da compiangere io, io travolto da una fatalità orrenda verso un ignoto di cui forse non troverò un cuore come il tuo, che forse mi darà delle terribili e amare delusioni!
— Grazie! — rispose lei con un lampo di gioia profonda e di ineffabile tenerezza negli occhi. Ed era per gettarsi nelle braccia di Riccardo, ma un pensiero sopravvenutole la fece retrocedere scura in viso; e come se si fosse fatta una colpa di quell’istante di abbandono si trasse in disparte e piegò il viso tra le mani.
VII.
Il molino di Geltrude era posto in fondo alla valle, giù per la quale scorreva un torrentello. In esso viveva solitaria la vecchietta che in altri tempi era stata fra le più belle della borgata e aveva fatto molto parlare di sè. Pure curiosa com’era, sapeva tutto quel che accadeva nel dintorno che a lei riferivano coloro i quali portavano a molire il grano, il granone, le castagne, pagando così parte del loro tributo. La sera in sull’imbrunire la vecchietta stornava l’acqua del torrentello, si asserragliava nella stanzuccia in cui dormiva e non avrebbe aperto a chicchessia per cosa al mondo.
La sera di quel giorno, ella che da quando i Francesi s’erano impossessati del castello era divenuta più guardinga e più prudente, quando ancora il sole era sull’alto dei monti lontani dopo i quali si stende il Tirreno azzurreggiante, aveva annodato il sacco di farina contenuto nella tramoggia, e chiusa e sprangata la porta del molino era risalita nella sua stanzuccia.
Gli avvenimenti che si erano succeduti l’avevano sbalordita, nè sapeva spiegarseli per quanto vi arzigogolasse sopra. Le pareva tanto naturale che appena il padre avesse riconosciuto il figlio, questi dovesse di un tratto prendere il nome e il posto che gli eran dovuti! Intanto Riccardo era fuggito, il duca colpito da apoplessia tra la vita e la morte, anzi in quel mattino era corsa voce che fosse spirato, la quale notizia era stata poi smentita. Nè ella sapeva a chi rivolgersi per appurare la verità vera; sapeva soltanto, che Carmine aveva libero ingresso nel castello e che non si dipartiva dal capezzale del malato; neanche Carmine dunque poteva appagare la sua ardente curiosità, nella quale ci era anche un grande interessamento per la sorte di Riccardo.