Intanto era scesa la notte ed ella accudiva svogliatamente alle faccenduole della sua casetta, trasalendo ad ogni scampanio della lontana parrocchia nel quale le pareva di riconoscere il suono della campana a morto.
— Gesù, Gesù — diceva la poveretta — quando il destino ci prende di mira! E che ne è di quel povero giovane che non avrebbe più bisogno ora di esporre la vita randagia per questi monti con tante ricchezze sotto l’occhio del sole?
In questo un picchio alla porta del molino le fece gelare il sangue nelle vene. Rimase immobile, con le orecchie tese, sperando che un tal rumore fosse accidentale. Ma un altro picchio la fece trabalzare. Questa volta non ci era da ingannarsi; proprio alla porta del molino si picchiava.
— Che sia Giovanni, venuto pel sacco di farina? Se è Giovanni gliene vorrò dire di tutti i colori. È ora questa di andare a rompere le scatole alla gente?
Però il dubbio che non fosse Giovanni le stringeva il cuore di paura. Aprì pian pianino l’imposta della finestretta e sporse il capo.
— Chi è? — chiese tutta tremante.
Aveva visto due ombre rassomiglianti a due monaci questuanti.
— Aprite, Geltrude — disse una voce che le parve di riconoscere.
— Io sono una povera donna e non ho niente da darvi. Se volete un po’ di farina tornate domani.
— Sono io — continuò la voce sommessamente — io, Riccardo.