Rimase sbalordita, che non poteva dubitarne avendo ora ben riconosciuta la voce. Riccardo in casa sua, Riccardo che era evaso in quella notte, Riccardo che i Francesi cercavano a morte!

Non rispose ma si precipitò per le scale, spaventata da una parte; ma dall’altra non le pareva vero che ella finalmente entrasse per qualche cosa nelle avventure di quel giovane pel quale aveva inteso sempre un grande affetto. Ma giunta innanzi alla porta sostò. E se non fosse lui? E se fosse un malvivente camuffato da monaco questuante, uno dei tanti sbandati che ad onta della sorveglianza dei Francesi infestavano quelle campagne? E chi era l’altro? Non Pietro il Toro, non il Magaro, non il Ghiro, compagni inseparabili di Riccardo, che altrimenti avrebbero fatto sentire la loro voce!

Aperse uno sportellino nel mezzo della porta e guardò. Era proprio lui, proprio lui: ne vide il viso maschio e fiero attraverso i lembi del cappuccio, quantunque smagrito e sofferente. Non indugiò più oltre ed aprì la porticina.

— Voi signor Duca — gli disse facendosi da parte. — Che onore, che onore per me! Vi siete ricordato che questa è casa vostra e più che mai ora, perchè sapete bene che il molino io l’ho in fitto...

— Buona Geltrude — rispose lui entrando — io non sono che Riccardo, vi ricordate? Riccardo che più di una volta ebbe da voi riempite le tasche di pane e di castagne.

— Sia comunque, avete fatto bene a venire da me.

— Badate però che mi si insegue, mi si ricerca, e se mi colgono da voi...

— Speriamo che non vi colgano — fece lei pur non potendo dissimulare la sua esitanza ridestata dalle parole del giovane. — Ma lasciate che chiuda.

In ciò dire sprangò la porticina, prese il lume e salì la scaletta seguita dai due.

— E cotesto vostro compagno chi è? — chiese lei, chè la curiosità vinceva nell’anima sua ogni altra apprensione.