— Che ne so io, che ne so?

E per nascondere il turbamento si avvicinò alla finestretta. Non voleva confessare a se stessa di essere scontenta di sè, di sentirsi umiliata dal fascino di quel giovane, fascino che a lui la teneva avvinta senza potersene staccare. Che aveva fatto di lei quella passione scoppiata di un tratto come un incendio in una foresta inaridita dalla lunga canicola! Perchè non era andata via anche lei con gli altri? Perchè non aveva ripreso la vita d’un tempo in cui ella era padrona di sè e libera come lo sparviero? A che ostinarsi a seguir quell’uomo che era stato ben leale con lei e le aveva tolto ogni speranza? Ah, i tempi in cui, come Riccardo aveva ben detto, ad un semplice corrugar del ciglio vedeva impallidire i più feroci: quando ella a capo della sua banda passava come furia devastatrice pei villaggi presi di assalto: quando vedeva sgomenti ed avviliti a sè dinanzi i catturati in una scorreria che imploravano pietà!... A che l’aveva ridotta quell’amore che la umiliava pur non potendo ad esso sottrarsi? E non poteva neanche maledir quell’uomo che senza volerlo l’aveva così sconvolta; non poteva nulla rimproverare a quell’uomo che fin dal primo istante le aveva aperto l’animo suo! Ah, se avesse potuto odiarlo per come l’amava, avrebbe trovato nell’odio, nella vendetta, un rimedio a’ suoi mali! Che era avvenuto dunque in lei, che era avvenuto? Un’altra anima dunque si era sostituita alla sua, un’anima nata per essere schiava, nata per godere della catena onde era avvinta, nata per inebbriarsi nella voluttà del dolore?

E un tale spasimo non avrebbe avuto mai fine, mai fine, chè ella ben sentiva ornai infranta la sua vita. Della donna di un tempo solo restava in lei la fierezza. No, se anche egli fosse venuto meno ai suoi impegni, al suo dovere, all’amore della sua vita, e le avesse aperto le braccia per darsi a lei, ella oramai si sarebbe rifiutata, pure agonizzando di acuto desiderio. Le parole della vecchia Geltrude erano state delle spine velenose che ad una ad una le si erano conficcate nel cuore; pure sentiva che se egli per lei avesse a tutto rinunciato, ella non l’avrebbe voluto.

Ed intanto era là con lui: ed intanto lo seguiva come trascinata dietro a lui da una fatalità tremenda! E fin dove, fin dove l’avrebbe seguito riluttante, sdegnata, avvilita, fin dove?

Era questa la domanda che si rivolgeva. L’avrebbe seguito financo in Sicilia, ove l’aspettava una Regina, e dove egli col nome superbo dei suoi padri avrebbe potuto fissar quella creatura che finallora era stata così in alto per lui quanto una stella per una lucciola? Si sarebbe rassegnata a vedersi reietta, trascurata, o peggio, compatita come un meschino essere, sol degno di pietà? Ebbene sì, rispondeva a sè stessa, sì; sentivasi vile a tal segno, sentivasi a tal segno nel dominio di quel fascino strano!

Che era dunque avvenuto nella sua compagine, nel suo cuore, nelle sue viscere?

— Giungono — disse Riccardo che attraverso i vetri della finestretta aveva visto due ombre scendere pel sentiero che metteva al molino — giungono! Dio sia ringraziato!

Non potevano essere a quell’ora che Pietro e il vecchio Carmine.

Invero, poco dopo fu picchiato alla porta del molino. Geltrude era corsa ad aprire, spaventata da una parte pel pericolo che correva, ma assai soddisfatta dall’altra di essere in mezzo a quell’avventura.

— Salite, salite — disse sottovoce ed aprendo la porticina tanto da poter passare un uomo. — Lui vi attende da un pezzo impaziente, povero giovine!