— A meno che vostro padre per salvarvi non svelerà l’esser vostro, come avrebbe fatto se...

— Andiamo dunque — disse Riccardo — andiamo. Se il povero padre mio deve morire, sappia almeno che suo figlio non è un ingrato e che per vederlo ha posto in rischio la vita.

— Vengo anche io — disse Vittoria che finallora si era tenuta in disparte. — Non è solito che i frati vadano a due a due?

— Per me è un dovere l’espormi a tal rischio — rispose Riccardo. — Perchè vuoi anche tu affrontarlo?

— Vengo anch’io — ripetè lei con tale accento di risolutezza che Riccardo comprese che non si sarebbe rimossa.

— Ed io — fece Pietro il Toro — vi aspetterò sotto la finestra della camera attigua a quella del duca. Carmine me l’ha già mostrata, perchè io preveggo che la cosa non passerà liscia. I Francesi sono in preda a mille diavoli per la evasione di stanotte. Per deludere la loro vigilanza e giungere fino a Carmine ho dovuto mettere in giuoco tutta la mia astuzia. La cosa non passerà liscia, vedrete.

Geltrude li accompagnò fin sull’uscio di strada. Quando li vide andar via così preoccupati che non le rivolsero la parola, nel chiudere la porta mormorò indispettita:

— Ed io non saprò nulla, dovrò attendere fino a domani! Non meritavo d’esser trattata così; neanche una parola, neanche una parola!

Fecero la via silenziosi, chè ognuno era turbato da tristi pensieri. A che dunque era giovata quella fuga se dovevano di nuovo ricadere in bocca al lupo? diceva fra sè e sè Pietro il Toro. Ma ineffabile era il cruccio di Vittoria che vedeva l’opera sua resa del tutto inutile; eppure ella aveva sperato, vagamente sperato, che quella suprema prova di devozione avesse influito nell’anima di Riccardo da indurlo a rinunciare al progetto di andare in Sicilia. Ora aveva compreso che niente sarebbe valso a rimuoverlo, neanche la vista del padre morente, quantunque egli per compiere un pietoso ufficio si esponesse ad essere ripreso. E lei lo seguiva con tanta umile rassegnazione! Ma dove era andata, dove, la sua fierezza? Non era divenuta peggio di una di quelle donnicciuole che in tanto disprezzo aveva tenuto fin allora, le quali vivono schiave di un uomo, nella dedizione non solo del loro cuore, ma anche della loro volontà?

E giungeva financo a rimproverarsi d’aver sottratto a Pietro quel documento che provava la legittimità della nascita di Riccardo e che la superbia del padre di Alma, se mai un giorno Riccardo dichiarasse l’amor suo, avrebbe creduto indispensabile per assentire alla loro unione. Quante volte era stata tentata di lacerarlo, ma non aveva osato, come non aveva osato di restituirlo a Pietro, il quale in tante vicissitudini non aveva avuto il tempo di accorgersi che il documento, custodito da lui gelosamente per trenta anni, era andato perduto. Era giunta a considerare una tale sua colpa così grave da sentirne onta, lei che aveva vissuto senza leggi per tanti anni, e di violenza e di rapine. Ma donde erano sbocciati quei sentimenti in lei? Qual veleno serpeva pel suo sangue da renderla così incerta, così perplessa, così fluttuante da non aver l’energia d’appigliarsi a un partito e che la faceva seguire quell’uomo il quale aveva per lei solo una fredda commiserazione?