Altri pensieri si avvicendevano nell’anima di Riccardo. In lui non era venuto meno il proposito di attenere il suo impegno con la Regina, ed inoltre si sentiva spinto da una forza irresistibile verso quella Sicilia ove era anche Alma, Alma, alla quale, senza quasi averne coscienza, convergevano i suoi pensieri. Tutte le fortune che finallora gli avevano sorriso l’avevan lasciato insoddisfatto, scontento, come se in fondo al suo cuore vi fosse una aspirazione, una sola e che non sapeva ben definire. Nè il poter risorgere con un nome e uno stato cospicuo, sol che si fosse piegato alle offerte del duca, lo incoraggiava a quell’aspirazione che era sempre per lui uno di quei luminosi sogni nei quali si ha coscienza di sognare. Pure non osava dire a sè stesso che da quei pochi incontri con Alma poteva trarre argomento che non le fosse del tutto indifferente, e più d’una volta si era rimproverato di aver creduto che nella notte dell’assalto Alma si fosse turbata nel trovarlo in intimo colloquio con la Regina.

Non pertanto al disopra di ogni dovere ci era quello di tornare a quel povero vecchio che giaceva agonizzante. Se mai avesse dubitato, se mai avesse creduto un’allucinazione senile l’esser lui figlio del duca, anche a non prestar fede alle testimonianze di Carmine e di Pietro il Toro, il letale effetto che su quel vecchio aveva avuto la sua fuga era tale da farne prova. Era lui che involontariamente l’aveva ucciso; per colpa sua quella vita trascorsa nei dolori, nell’esilio, nella solitudine, si chiudeva con un dolore tanto più micidiale in quanto era stato preceduto da una gioia così intensa, la gioia di un padre che ritrova suo figlio. Egli non si sentiva colpevole di avere opposto un rifiuto alle offerte del duca, ma il rimorso ne avrebbe atrocemente logorato il cuore se non fosse accorso al capezzale di lui anche sfidando il pericolo d’essere ripreso. Gli doveva una tale riparazione e un tale compenso: il ritorno di lui già libero, già padrone di sè, di quale conforto non sarebbe stato pel morente, che avrebbe visto nel temerario ritorno una prova suprema di amore e di pietà filiale!

Erano giunti intanto al principio dello spiazzo innanzi al castello: il luogo era deserto, chè da gran tempo i soldati si erano dati al riposo.

— Concertiamo il da fare — disse Carmine sostando.

Gli altri gli si raccolsero intorno aspettando che egli parlasse.

— Certo l’ufficiale di guardia m’interrogherà prima di lasciarci entrare. Oramai sanno che io sono un confidente del duca e mi lasciano entrare ed uscire a piacere; ma temo che pei due frati ci vorrà il permesso del capitano.

— Non credo che possano sospettare di nulla. Un evaso che ritorna da sè coi suoi complici!...

— È vero ma, ripeto, ora abbondano di precauzioni.

— Se non vi lasceranno passare per la porta — disse Pietro il Toro — ci è la finestra della camera attigua a quella del duca.

— Non vorrei ricorrere a tali estremi.