In questo la porta della camera si aperse, e il maggiore comparve sull’uscio seguito da alcuni ufficiali che sostavano, mentre il loro comandante si avanzava gridando:
— Tradimento, tradimento, signor duca. Questi due frati non sono quel che voi credete. L’uno di essi è una donna, la famigerata Vittoria che ha assassinato tanti nostri poveri soldati; l’altro si ha ragione di credere che sia il prigioniero ieri evaso.
E voltosi all’uscio:
— Sergente La Harpe, sergente de Chantal, avanzatevi: riconoscete voi in questi due sedicenti frati colui e colei che erano a capo delle orde che difesero il castello, il prigioniero e la complice della sua fuga?
— Sì, son dessi, son dessi! — gridarono i due sergenti entrati a capo di un drappello che in men di un baleno aveva circondato i due frati, i quali si erano ritratti infondo, e che addossati con le spalle alla porta che si apriva nella camera attigua, non si erano perduti di animo; avevano slacciato la tonaca gettandola in un canto, e erano apparsi formidabilmente armati, ma calmi e risoluti.
Ma in quel terribile istante, nel quale tutti comprendevano che qualcosa di tragico era per accadere, il vecchio si sollevò sul letto, stese le braccia, e con uno sforzo sovrumano giungendo a dare alla sua voce un accento imperioso che dominò il tumulto, disse:
— Riconoscete tutti in quel giovane il mio figlio legittimo, Riccardo duca di Fagnano, marchese di Santa Maria, barone di Montemerlo, unico signore e padrone, dopo di me, di questo castello, il cui dominio mi fu riconosciuto da Sua Maestà l’Imperatore... Avanzati, duca di Fagnano, onde questa gente possa ben vederti in viso.
Il vecchio pareva trasfigurato e nella penombra gli occhi gli lucevano, accesi di orgoglio e di nobile ardire. Un silenzio di stupore tenne dietro alle parole del duca, mentre Riccardo si avanzava nel mezzo della stanza. Era ancora con le vesti brucciacchiate e sbrandellate del giorno in cui fu assalito il castello, ma nella nobiltà dell’aspetto, nella fierezza dello sguardo compresero tutti che egli era veramente quel che il vecchio aveva detto.
Il maggiore era per parlare, quantunque ancora in preda allo stupore per quel caso così strano del quale non giungeva a darsi conto, quando il giovane che già si trovava circondato da tutti gli accorsi, ufficiali e soldati, disse con voce lenta e sicura:
— Io comprendo che voi non vedete in me che un nemico, ancor bagnato dal sangue francese, ancor con le carni rotte dalle ferite che i vostri gl’inflissero. Io comprendo il vostro stupore nel sentire che il capo di quegli audaci che osarono combattere voi conquistatori dell’Europa, è il figlio di colui che venne qui per punirci di un tal delitto. Ma la vita ha di questi strani casi, strani per voi come per me che ignoravo fino a due giorni or sono di essere figlio di un nemico del mio Re, e del quale io, se la fortuna mi avesse arriso, avrei dovuto essere giudice e forse carnefice come egli ha l’obbligo se non di essere il mio carnefice, di essere il mio giudice.