Tutta la notte Riccardo aveva vegliato al letto del moribondo, di cui le tante svariate emozioni avevano affrettato la fine. Impotente a profferir parola, rantolando sul suo letto di morte, stringeva di tanto in tanto la mano del figliuolo, al quale volgeva gli occhi stanchi, che però esprimevano una gioia profonda. Il vecchio Carmine se ne era stato in disparte, rispettando quel silenzio solenne, nel quale però le anime del padre e del figlio si intendevano, nel quale quella separazione di trent’anni era compensata dall’intensità appassionata di quell’ora.
Il morente era affissato in un sol pensiero, che suo figlio era là, che il destino glielo aveva ridonato, e a lui pareva che gli avesse ridonato anche quella poveretta che da trenta anni lo aveva atteso nel buio e nel silenzio della fossa. Era lo sguardo di lei che ritrovava negli occhi del figlio, era la mano di lei che si sentiva nella sua! Non era stato mai così felice come in quell’ora che ben comprendeva esser l’ultima della sua vita e nella quale sentiva finalmente in tutta la sua pienezza la gioia dell’anima tranquilla e soddisfatta. Non pensava punto all’avvenire di quel figlio: qualunque fosse, egli era certo che Riccardo avrebbe mantenuto integro il nome dei suoi padri, al quale forse avrebbe accresciuto lustro e decoro. Gli bastava di sentir là il figlio suo, di vederlo presso al letto dopo aver disperato, dopo aver creduto che sarebbe morto solo ed abbandonato nel castello dei suoi padri fra gli stranieri freddi ed indifferenti che ve lo avevano ricondotto; gli bastava intendere il muto linguaggio della mano di lui che premeva la sua, degli occhi di lui che cercavano i suoi, e di leggere in quegli occhi con l’angoscia profonda l’amore che gli si era destato, amore di figlio nuovo per lui, pur parendogli come se da gran tempo l’avesse a sua insaputa portato nel cuore.
Fluttuava intanto per l’anima di Riccardo un contrasto di sentimenti che nulla toglieva al suo dolore di figlio e nulla al suo amore per quel vecchio che fra poco sarebbe disceso nel sepolcro. Egli sarebbe rimasto di nuovo solo al mondo; quantunque il nome ed il titolo che era suo diritto e suo dovere di assumere potessero aprirgli la via ad un felice avvenire, pure non un solo istante egli aveva obbliato gl’impegni che aveva assunto allorchè era un povero avventuriero. Doveva rinunciare a tali impegni? Doveva rinunciare ad esser capitan Riccardo e ricominciare un’altra vita col pomposo titolo di duca di Fagnano? No, no, finchè capitan Riccardo non avesse mantenuto le sue promesse, finchè non avesse adempiuto il suo dovere. Bene ora avrebbe potuto alzar fieramente il capo innanzi a colei che aveva vagheggiato fin da fanciullo, ma non voleva farlo, non l’avrebbe fatto perchè disdegnava d’ottenere come duca di Fagnano ciò che ella avrebbe creduto una viltà, fors’anco un’infamia di concedere a capitan Riccardo. Non voleva farlo anche per un dubbio che gli era sorto nell’animo. Ella così fiera, ella così sdegnosa, avrebbe accettato da lui ciò che egli, assumendo il nome ed il titolo di duca di Fagnano e facendo riconoscere i suoi diritti anche della Corte di Sicilia, avrebbe tolto all’usurpatore de’ suoi beni, e per conseguenza a lei?
E mentre questi pensieri si alternavano pur senza distrarlo dal pietoso ufficio di confortare l’agonia del padre suo, l’immagine di Vittoria gli si delineava dinanzi, di Vittoria che forse non avrebbe mai più riveduta; però aveva tratto un gran sospiro di sollievo allorchè alcune parole dei reduci dal vano inseguimento gli avevan fatto comprendere che ella si era posta in salvo con Pietro il Toro. Ma dove, con quel compagno della sua vita, devoto fino ad arrischiar la vita per lui, dove si era rifugiata, e quale ne sarebbe il destino?
Carmine, seduto all’altra sponda del letto fissava il giovane e vedendolo così sprofondato nei suoi pensieri tentennava il capo compassionandolo. Non sapeva persuadersi come il giovane da se stesso si fosse indotto a promettere che sarebbe passato in Sicilia. E dunque inutile era stata la sua rivelazione; non solo inutile, ma anche dannosa per quel vecchio specialmente, che moriva per le conseguenze d’aver ritrovato il figliuolo? Se avesse taciuto, Riccardo sarebbe evaso lo stesso ed il padre non sarebbe stato colpito dal dolore di dover perdere il figlio appena ritrovato. Era dunque lui la causa di un tanto infortunio, lui che non aveva saputo resistere all’incitamento di Geltrude! E quali pericoli non avrebbe corso in Sicilia se ivi fosse giunta notizia dell’accaduto, quale pericolo per Riccardo, nel quale lo zio che era di tutto capace e che era assai potente, avrebbe visto un rivendicatore dei diritti usurpati? Se avesse taciuto, forse in Sicilia Riccardo sarebbe giunto a farsi uno stato, protetto com’era dalla Regina; ma con quel nemico non ci era da temere che ricorresse al tradimento per liberarsi del nepote? E chi avrebbe vegliato su lui, ora che i fidati amici Pietro il Toro, il Ghiro, il Magaro eran dispersi; chi avrebbe vegliato su lui, così generoso, così leale, così incurante dei pericoli?
Verso l’alba il giacente, che finallora era stato assopito, si ridestò di un tratto; la mano che per un pezzo era stata inerte strinse quella del figliuolo e lo trasse a sè, mentre gli occhi già velati si volgevano lentamente verso il giovane.
— Riccardo — mormorò il morente — Riccardo, figlio mio!
— Padre! — disse lui chinandosi sul vecchio.
— Sento che muoio... muoio benedicendoti perchè debbo a te l’unica ora di gioia della mia vita... Ah, con quale esultanza avrei invocato la morte se avessi saputo che mi sarebbe stata apportatrice di un tal bene!
— Voi non morrete, padre mio, voi non morrete!...