— Non è qui dunque? — chiese lui con voce tremante.
La Regina lo guardò con una cert’aria tra il dubbio e la meraviglia, quindi rispose:
— Qui vi è soltanto la vostra Regina, intendete?
Egli lesse negli occhi di lei il significato di quella frase che lo fece trasalire come chi di un tratto vegga rischiarate le tenebre da un lampo.
— Intendo — rispose, incominciando ad acquistare un po’ più di franchezza.
— La vostra Regina — continuò lei — si trova in un gran cimento, come... vi ha scritto la vostra amica. Venuta qui per giudicare sul luogo sulle sorti della guerra che contro gli stranieri ed i sudditi malvagi combattono i nostri, fidò troppo sulle assicurazioni altrui e sperò di poter compiere senza pericoli un tal viaggio. Invece le nostre spie ci han fatto sapere che al certo qualche cosa è trapelato della nostra presenza qui e che il nemico si avanza per precluderci la via. Pare che si voglia assaltare questo castello in cui ci credono rifugiati. Intanto una nave ci aspetta nelle acque di S. Eufemia. Quale è dunque il vostro avviso? Fuggire od aspettare di piè fermo il nemico, fidando sulla difesa delle bande che si possono raccogliere?
Egli si era del tutto rimesso dalla sorpresa e dall’emozione. Comprendeva che il suo avviso avrebbe di molto pesato sulla risoluzione da prendere. Non più al suo cuore, ma alla sua mente si faceva appello: non all’innamorato ma al guerrigliero eran rivolte quella parole. Ond’egli rispose:
— Sa la Maestà Vostra se altri soldati guardano le strade che menano a S. Eufemia? Perdoni se oso interrogarla...
— No: le due compagnie che per diverse strade marciano contro il castello erano le uniche disponibili: il grosso dell’esercito nemico è tenuto a bada dagl’Inglesi di Scilla.
— E allora — disse lui — bisogna attirar qui il nemico; e mentre le nostre bande difenderanno il castello, la Maestà Vostra con poca scorta prenderà la via di S. Eufemia.