— O Regina — esclamò il giovane — perchè il nemico giunga fino a voi fa d’uopo ch’io sia morto!

— No, colonnello Riccardo. Voi dovete vivere per la vostra Regina e... per la vostra amica.

II.

Quando Riccardo uscì per la stessa porticina onde era entrato e si trovò all’aperto, già l’aurora tingeva di rosa la balza d’oriente. L’aria fresca del mattino lo calmò alquanto, chè in lui era avvenuto un rimescolamento di tutto l’esser suo, tratto così violentemente a nuovi pensieri e a nuove speranze che per lo innanzi non aveva osato nemmeno di vagheggiare. Ricordava con quale convincimento, quantunque molti indizi glielo avessero fatto sorgere, aveva respinto il dubbio che la sua amica di quella notte fosse appunto la Regina; con quale convincimento che non fosse possibile che egli, povero diavolo, avesse avuto una tale sorte. Ora accettava una tale sorte senza chiedere più oltre, risoluto a subirne, qualunque fossero, tutte le conseguenze.

Ma era amore il suo? Non avrebbe saputo dirlo: certo il fascino onde si sentiva compreso aveva dell’amore l’ardenza del desiderio; nonpertanto ben sentiva che non sarebbe stata mai possibile una completa fusione delle loro anime, ben comprendeva che la donna e la regina avrebbero sempre formato due esseri a parte e che egli non avrebbe dovuto mai confonder l’una con l’altra e l’altra con l’una. Ma checchè sentisse il suo cuore, il pensiero ch’egli fosse stato assunto così in alto, che egli avesse avuto la fortuna di un re lo sbalordivano; e come se anche in lui fossero due personalità distinte, l’una quella di un povero avventuriere, l’altra di un predestinato a un avvenire che si confondeva in un mistico miraggio, comprese che di una tale doppia vita avrebbe dovuto vivere ormai, se ella l’avesse di nuovo dimenticato dopo essersi servita di lui per scongiurare il pericolo che la minacciava.

Perocchè quello strano amore aveva anche questo di singolare, che a lui era proibito di chiedere e di volere. Nelle romanze che le vecchie del paesello narravano l’inverno accanto al focolare, così alcuni poveri diavoli erano stati amati dalle fate, che erano lasciati lungo il giorno nella loro miseria e poi la notte, vestiti da principi, in palagi incantati vivevano nelle dolcezze e nelle delizie degli amori; ma guai se avessero osato esprimere un solo desiderio: le fate sarebbero volate via per non tornare mai più.

Nè il giovane aveva mai pensato alla disparità degli anni: come abbiamo già detto, la di lei meravigliosa bellezza non aveva punto subito gli oltraggi del tempo, ed era fresca e giovanile come l’avevan vista i sudditi fedelissimi, ed ammirati da tanto splendore di leggiadria in un giorno di maggio del 1768 in cui ella era entrata a Napoli, giovanetta di sedici anni appena. Per quanto il giovane fosse più intelligente e più colto di quel che non fossero in quei tempi gli uomini della sua condizione, la regalità circondava di tal mistico velo i voluti da Dio a padroni dei popoli che essi nulla avevano di comune con gli altri mortali nella mente di coloro che erano usati a considerare la regalità come una emanazione divina, come la considerava Riccardo che pur sapeva come alle volte la regalità avesse desideri, passioni, voluttà, abbandoni del tutto umani!

La spianata dietro il castello era deserta; il giovane era incerto dove dirigersi per trovar la banda che aveva dovuto giungere coi primi albori, quando vide venire alla sua volta un vecchio che già sapeva ai servigi del duca.

— Per ordine del mio padrone — disse quel vecchio che salutò togliendosi il cappello — gli uomini della vostra banda sono alloggiati nel fienile là in fondo. Per voi e per coloro che m’indicherete ci è una casetta attigua nella quale ho fatto disporre l’occorrente.

Il giovane era distratto: quel vecchio l’aveva fermato presso l’angolo della torre dalla Regina indicata, nella quale vide una porticina di ferro così bassa ed angusta che faceva d’uopo chinarsi quasi carpone per penetrarvi.