— A chi? — chiese lui trasalendo.

— Alla Regina, proprio a S. M. la Regina. A casa mia avevamo due bei ritratti del Re e della Regina, chè mio padre era sindaco e li aveva avuti in dono per metterli nella sala del Decurionato.

Egli la fissava per leggerle in viso se le fosse balenato un qualche sospetto circa quella rassomiglianza, ma si rassicurò almeno in questo poichè ella proseguì:

— Ed ho visto anche la figliuola del duca; ah, che bella creatura! Sai, ero così anch’io prima che il destino avesse fatto di me... quel ne ha fatto. Tu, se la mala sorte non mi avesse messo del veleno nel sangue, tu non avresti osato di alzare gli occhi su me, ed anche io ora mi chiamerei con un bel titolo di baronessa o di marchesa. Ero una bella ragazza e portavo in dote ben ventimila ducati ed ero figlia di signori assai potenti. Ora sono a capo di una banda di...

— Di fedeli sudditi di S. M. il Re che combattono in difesa di diritti concessi da Dio.

Ella piegò il capo, mescè del vino in un bicchiere e lo bevve.

— Diciamo pur così... Non voglio contradirti — rispose, con un amaro sorriso.

Pietro il Toro comprese che quel discorso non riusciva piacevole al suo amico, onde volle venire in suo aiuto.

— Bisogna intenderci — disse — sul come disporre le scolte. Noi intanto perdiamo il tempo in discorsi e se i Francesi sopraggiungono non sarà coi discorsi che salveremo la vita.

— Il tuo caporale parla arditamente — osservò Vittoria con aria sdegnosa. — A nessuno dei miei ho permesso mai d’interrompermi.