— Conta, conta: di quali infamie parli? Ho anch’io la paturnia. Non si vedono cader fulminati dieci compagni, non se ne lasciano quindici feriti, gementi su pei greppi o in fondo ad un burrone, destinati ad esser fucilati dal nemico se li trova vivi, o ad esser divorati dai lupi, senza sentirsi stretto il cuore d’angoscia? Conta dunque, tanto per distrarci.
— No, è inutile, non l’ho detto neanche a lui e forse ho avuto torto. Ma glielo dirò uno di questi giorni. Almeno, se dovrò morire, che si sappia qual nome ha il diritto di portare...
— Qual nome? Non è dunque il suo quello di capitan Riccardo?
— Che ne so io? — rispose bruscamente Pietro il Toro.
E riprese a fumare parlottando con se stesso finchè il capo gli si ripiegò sul petto ed il sonno lo colse.
Capitan Riccardo si teneva immobile coi gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani. Una ben crudele delusione, a cui nulla, nulla era di conforto, da un anno gli rodeva il cuore. Per poco aveva creduto che la fortuna gli si fosse mostrata benigna, e che lo destinasse a grandi cose. Era stata un’allucinazione, era stato un sogno? No, perchè conservava ancora gelosamente quelle carte, quei doni che attestavano non fosse stato un sogno il suo, e indelebili nel suo cuore, nella sua mente, nel suo sangue erano i ricordi di quella notte. Era stato dunque dimenticato dopo quelle promesse, dimenticato dopo che un lembo di cielo gli si era aperto dinanzi agli occhi! Del sangue versato per quella sconosciuta era stato rivalso con una notte d’amore e con ricchi doni; ma perchè quel miraggio, perchè quelle speranze, perchè quel grado, perchè quell’ufficio che gli avevano per poco fatto credere ch’ei fosse predestinato a grandi cose? Perchè sollevarlo così in alto per lasciarlo poi cadere così in basso?
E lui che si era tolto dal cuore e dalla mente financo l’immagine e il ricordo di quella giovinetta che era stata fin dalla fanciullezza il dolce vaneggiamento dell’anima sua! E lui che aveva cercato di obliarla, credendosi non più in diritto di volgere il pensiero a quella purissima creatura, e al suo posto aveva messo quella visione che era stata la delirante realtà di un’ora, quantunque però in fondo al suo pensiero vagamente ancora si delineasse la cara giovinetta che era per lui più una bianca nube frangiata d’oro che una donna fatta di carne! E lui che credeva d’aver finalmente una meta, uno scopo, una missione, e che di nuovo, di un tratto, era tornato nel nulla!
Neanche i pericoli, la vita avventurosa, le fughe, le vittorie di quella guerra lo avevano scosso dal torpore in cui era caduto. Soltanto la responsabilità che gl’incombeva nel comando dei suoi uomini lo distraeva nei giorni in cui o erano assaliti o assalitori: solo nel furore della mischia, egli, per dir così, ritrovava se stesso, e se ogni energia pareva affievolita, il coraggio, la incuria dei pericoli sopravvivevano in lui, pur comprendendo che quella guerra senza direzione, senza obbiettivo, senza un piano alla cui riuscita convergessero tutte le forze, sarebbe finita con la distruzione delle bande e con la morte dei capi, onde vieppiù profondo era nel giovane lo accoramento ed il vuoto desolante del cuore. Sapeva bene che quantunque non gli potesse rimproverare nessuno di quei delitti che talvolta solo per ferocia o per malvagità commettevano gli altri capibanda; quantunque avesse severamente proibito ai suoi le rapine, il saccheggio, gl’incendi, il sequestro delle persone per averne del denaro; quantunque si limitasse soltanto ad assalire i convogli del governo e in caso di bisogno ricorresse con buoni modi ai ricchi per averne dei sussidi, se fosse caduto vivo in mano dei Francesi sarebbe stato appiccato come un malfattore comune. Eppure si sentiva nato a grandi cose, sentiva confusamente in sè una voce che gli parlava di gesta eroiche, di imprese gigantesche: se gli si fosse affidata la direzione suprema di questa guerra già forse da gran tempo lo straniero sarebbe stato cacciato dal Reame. Non era assai più giovane di lui, come aveva sentito dire, quel generale divenuto imperatore, che aveva vinto tutte le battaglie da lui ingaggiate? Ah, che reggimenti invitti avrebbe fatto di tutte quelle bande che consumavano le loro forze in sterili conati! Quanta gloria per sè, quanta fama per la patria sua se egli fosse stato a capo di quella gente, così valorosa nella pugna, ma così perversa negl’istinti e nelle passioni!
La notte intanto era scesa: la banda dormiva sparpagliata pel bosco. Il silenzio era profondo: solo di tanto in tanto si udiva lontano lo squittire di una volpe, cui dal lato opposto rispondeva l’ululo di un lupo.
— Il Volpino ed il Marinaio fan buona guardia — disse Riccardo che aveva prestato orecchio a quelle voci lontane.