Ciò detto si allontanò a gran passi. Il giovane la seguì un buon tratto con gli occhi, poi mormorò con un sospiro:

— È forse quello l’amore, è forse quella la passione, che io vo’ cercando altrove!...

No, lui lo sapeva: non era quello, come non era il fascino che l’avvinceva alla Regina: era un altro l’amore, puro, semplice, spoglio di ogni interesse, senza i brividi del desiderio, e senza le lusinghe dell’ambizione, che nell’anima sua era un’idea vaga, un sentimento nebbioso, nel quale si delineava la siderale figura di Alma.

Intanto la notte era discesa e un silenzio profondo incombeva per la campagna. Pareva che il luogo fosse del tutto deserto, che vuote fossero le case, inabitato il castello. Pure in quel silenzio gli uomini delle bande vegliavano con in pugno le carabine, le orecchie tese e gli occhi alle feritoie.

Riccardo si era chiuso con essi nell’ala del castello che guardava la via donde i Francesi sarebbero giunti. Si era rincantucciato in un angolo e pel cuore gli passavano le ore che lentamente l’avvicinavano a quella segnata, verso la quale si tendeva tutto l’esser suo. L’orologio del castello vibrava gli squilli ch’ei sentiva ripercuotersi nell’animo, mentre il cuore gli si stringeva per una dolorosa preoccupazione che il nemico assalisse il castello in quell’ora, che ella di nuovo fuggisse lontano da lui come si era tenuta lontano per tutto un anno!

Con mano convulsa stringeva la chiavetta che gli aveva dato, per farsi certo che ella lo aspettava, per averne una prova irrefragabile; tanto, or che sapeva qual fosse il nome, quale il grado eccelso, quale l’incommensurabile altezza di quella donna gli pareva un vaneggiamento il suo prodotto da una febbre del cervello. L’immagine di lei or gli appariva con tutti i simboli della regalità; il manto di ermellino, la sacra corona sulla fronte radiosa gli appariva in uno sfondo popolato d’imperatori e di re che reggevano lo scettro del mondo, innanzi ai quali egli era più vile del vermicciattolo che striscia fra le erbe. La vedeva nella sublimità regale come su un’alta cima cui appena giungeva il suo sguardo, tutta cinta da nuvole d’oro; una cima che egli aveva già toccato in una notte senza aver coscienza della formidabile altitudine, e d’onde era poi precipitato. Di nuovo ora sarebbe salito su quella vetta ove solo agli umani che Dio ha fatto pari a sè sulla terra e dato di porre il piede; di nuovo avrebbe baciato quella fronte che rifulgeva di luce divina e quelle labbra la cui parola poteva dar la vita o la morte a tutto un popolo ed esser di un uomo la fortuna o la rovina!

Ma quale era, quale il vero sentimento che lo dominava, che lo teneva così intontito? Non era l’amore, perchè mancava quel che ha d’amore di tenerezza, di intimità, di fusione; mancava il connubio delle anime, l’assimilazione dei cuori, mancava l’equilibrio dell’età, delle condizioni sociali indispensabile anche nel disquilibrio del sociale convenzionalismo; era dunque il fascino della regalità che aveva preso forma di prepotente passione, che aveva sconvolto il cervello di quel giovane fino a fargli sentire che oramai la sua vita e il suo avvenire appartenevano a quella donna, che se non era per lui l’amore, pur ne faceva schiave la volontà e la ragione!

Pochi minuti mancavano alla mezzanotte: egli aveva inteso squillare l’orologio come se fosse la voce di lei che lo chiamasse. Si alzò e guardossi intorno. Gli uomini della banda sonnecchiavano avvolti nei loro mantelli; solo il Ghiro da una parte e il Magaro dall’altra si tenevano immobili presso le feritoie con le orecchie tese e l’occhio all’aperto.

— Io vado fuori per sorvegliare le sentinelle — disse il giovane con voce sommessa.

— Sta bene — rispose il Ghiro.