La mano gli tremava come il cuore.
L’ora scoccò ed egli aperse. La porta stridette sui cardini arrugginiti. Spaventato al rumore che nel silenzio delle tenebre parve un lamento, sostò; poi, rassicuratosi, la richiuse impaziente e con un sussulto di gioia perchè aveva visto posata sul primo gradino della scala una lanterna che spandeva una luce fioca, e che prese.
Dunque ella lo aspettava, ella, la Regina!
Salì la scaletta e giunto in un pianorottolo nel quale vide a sè dinanzi una porta, s’arrestò.
Gli pareva che si muovesse in un sogno, che fosse in preda ad una allucinazione. Agiva come per un impulso misterioso; in quell’istante egli si sentiva incapace di volere, incapace di riflettere.
Spinse la porta ed entrò, deponendo sull’uscio la lanterna. La Regina sedeva su un largo divano sul cui bracciuolo posava il gomito, mentre la testa era ripiegata sulla mano.
Egli stette sull’uscio, incapace di avanzarsi.
— Avvicinatevi — disse la Regina, non mutando il suo atteggiamento.
Quando Riccardo le fu vicino cadde in ginocchio, curvò il capo e prendendo un lembo della veste di lei lo portò alle labbra.
— L’avete ritrovata la vostra amica — disse lei con voce dolce e piana. — Vedete bene che non promise invano allorchè vi scrisse che presto o tardi avreste avuto sue nuove! Ah, ella sperava che ben altre fossero le sorti di questa guerra, nella quale il vostro nome avesse potuto rifulgere sì in alto da far impallidire i più superbi!... Lo so, lo so che voi avreste voluto che tutte le forze fossero state dirette da un duce supremo; ma l’invidia, la gelosia, il timore che sorgesse un nuovo astro congiurarono contro il vostro disegno e contro lo Stato, a favore dei nostri nemici. Ora comprendo che la partita è perduta!