— Che si dirà di me, che si dirà di me? — continuava a balbettar lui che pur non osava ribellarsi alla imperiosa ingiunzione di lei.
La fucilata intanto continuava da ogni lato del castello, segno che i Francesi l’avevano circondato.
— Qui — gridò lei — qui è il pericolo: se i Francesi penetrano per la porticina ci sarà impedita la fuga. Vedi dunque che a te tocca la più bella parte e insieme la più pericolosa. Fui io che non volli vi si mettessero degli uomini a difesa per poterti ricevere qui.
— Ah, se è questo, se è questo, è salvo il mio onore, è salvo! — proruppe il giovane esultando.
Quasi a confermare le parole della Regina un urto formidabile alla porta della torre fece tremar tutta quella parte dell’edificio.
— Li senti, li senti? La porticina resisterà per poco — esclamò lei. — A te il difendere la scala...
— La Regina, la Regina! — gridava il duca dall’interno; ma la voce era ancora lontana.
— Manderò della gente in tuo soccorso. Intanto, addio... Ricordati... ti aspetto in Sicilia. Ho la tua parola d’onore. Contendi il passo ai nemici per pochi minuti... quanti bastino a noi per fuggire... poi ti salverai. La tua vita è mia... ricordalo.
Egli era trasfigurato. Il suo onore era salvo: avrebbe potuto far credere che, uscito fuori per far la ronda, aveva compreso quanto fosse necessario mettersi a guardia di quella porta, trascurata nel piano di difesa. Intanto preparava le armi, acceso in volto da un nobile ardore, calmo, risoluto, or che a lui, a lui solo spettava una tanto disperata difesa.
Gli urti alla porticina continuavano formidabili: essa ancora resisteva, quantunque in parte sgangherata. I colpi di fucile si susseguivano fra gli urli, le bestemmie, i lamenti dei feriti.