— Il cuore gli batte, non è che svenuto...
— Se è un capo bisogna metterlo in disparte. È questo l’ordine del Commissario generale.
— Il castello brucia ancora?
— No; solo in un’ala il fuoco non è stato domato ancora.
— Andiamo via — disse il sergente — sollevate quest’uomo e portatelo in una delle stanze del cortile. Vedremo poi che cosa se ne dovrà fare.
PARTE SECONDA.
I.
Una nuova strabiliante si sparse in breve per tutta la provincia. Nel castello dei duchi di Fagnano era tornato il vero padrone e signore colui che, condannato a morte dal governo dei Borboni, trenta anni innanzi, come stregone e framassone, affiliato alla setta sorta in Francia di coloro che volevano la uccisione dei re era evaso dalle carceri e per lungo tempo era stato creduto morto, sicchè il fratello aveva ottenuto di succedergli nel titolo e nei beni.
Tommaso, il vero duca di Fagnano, era stato investito dal governo francese dell’ufficio di Commissario civile col nome di cittadino Durier, e con tale nome era venuto in Napoli; non pertanto il governo francese lo aveva riconosciuto per duca di Fagnano, e aveva officiato quello di Napoli che al cittadino Durier naturalizzato francese, fossero restituiti i suoi beni e il suo titolo.
Il giorno appresso alla presa del castello di Fagnano, era giunto il Commissario civile che aveva seguito la colonna di spedizione. Era un vecchio dall’aspetto triste ma benevolo che nel porre piede sullo spiazzo in fondo al quale si ergeva il castello era apparso stranamente commosso, e gli occhi gli si erano velati di lagrime nel vedere ancora insepolti i tanti cadaveri di soldati e di uomini delle bande, i quali attestavano quanta ferocia fosse stata la mischia.