— Orribile, orribile! — mormorava coprendosi gli occhi con le mani.

— Bisogna dare un esempio — disse un ufficiale francese che lo aveva accompagnato — bisogna dare un esempio che resti impresso nella mente di coteste popolazioni che son più belve che uomini.

— Perchè belve, signor capitano? — rispose il Commissario con viso severo. — Son poveri ignoranti che nulla intendono di quel che noi diciamo i loro diritti e i loro doveri a cui si è fatto credere che il difendere il re legittimo e la religione predicata dai loro preti sia un debito sacro da pagare anche con la vita. Perchè belve se essi difendono il loro onore, le loro famiglie, i loro beni che molti di noi venuti qui come liberatori non abbiamo punto rispettati?

— Ma i sacri principî dell’Ottantanove...

— Molti li hanno in bocca e ben pochi nel cuore, signor capitano. Io lo so, io che per tali principî fui arrestato e condannato a morte dal Governo dei Borboni, che dovetti esulare lasciando una giovinetta mia legittima moglie che poi morì, e con essa fors’anco il frutto del nostro amore che aveva in seno; che mi vidi spogliato del mio titolo e de’ miei beni; che in Francia dovetti mutar di nome prima per sottrarmi alla vostra polizia, poi durante la rivoluzione perchè il mio titolo di duca avrebbe destato la diffidenza dei miei amici e avrebbe dato il mio capo al carnefice. Vedete quei cadaveri? Vedete tutta questa rovina? Sono appunto i nostri immortali principî dell’Ottantanove, malamente intesi, malamente applicati che l’han prodotti. Il popolo giudica dai fatti, dalle azioni, non dalle parole; ora se i fatti avessero corrisposto alle belle frasi, questo popolo non avrebbe preso le armi contro di noi; a questo popolo fin dal bel principio avremmo fatto intendere che libertà non vuol dire sregolatezza, che fratellanza vuol dire amore, che uguaglianza vuol dire abolizione dei privilegi e delle caste.

Il capitano guardava il Commissario con occhi sorpresi. Questi intanto girava intorno lo sguardo, che fermava, or qua or là, come se ciascun luogo rievocasse alla sua mente lontani ed amari ricordi.

— Nessuna, nessuna delle mie conoscenza d’un tempo — mormorava — nessuno de’ miei antichi servi! Solo le cose sono rimaste, ma anch’esse serbano tracce della rovina.

Poi fissò lo sguardo all’estremità del paesello che biancheggiava silenzioso.

— Era quella, quella la sua casetta — disse con le labbra tremanti per la commozione. — Povera Rachele!

Passò fra i soldati disposti in due file e rispose distratto al loro saluto. Il castello serbava le tracce della lotta sostenuta: la gran porta sgangherata, chiazze di sangue qua e là, fucili, cappelli, giberne, sparsi ovunque.