— Sia pure di un Borbone?

— Perchè no se si chiama Enrico IV o Carlo III? Perchè no se sia compreso della sua alta e davvero divina missione? Una mente, un cuore, un’ambizione, una nobile ambizione di far dei felici, dal più infimo al più cospicuo dei suoi soggetti? Ecco qual esser dovrebbe il chiamato da Dio a tale missione. Troppo in alto perchè possa esser roso da personali passioni, troppo eccelso perchè il bisogno di colleganze buone e perverse lo faccia transigenti con la sua coscienza e che nella scelta dei suoi cooperatori non si farebbe imporre da fazioni interessate.

— Dunque Napoleone Bonaparte! — disse il capitano.

— Sì, ma senza la passione smodata per le armi, per le conquiste, ma senza il bisogno di passar di vittoria in vittoria fra i gemiti dei feriti e in un mare di sangue, senza la passione del dominio conseguito con la rovina dei popoli, senza il miraggio della gloria fra lampi di fuoco.

Il capitano piegò il capo e tacque. Il duca di Fagnano si alzò. Discorrendo, i suoi occhi si erano fissati su uno degli scaffali della biblioteca a lui dirimpetto. Un dolce ricordo gli era sorto nella mente. Nel giorno in cui era stato arrestato, trent’anni innanzi, per sottrarre le lettere di Rachele agli sguardi profani dei suoi giudici, mentre coloro che erano venuti per menarlo in prigione frugavano negli armadi in cerca delle sue carte e dei suoi manoscritti, dietro alcuni libri polverosi aveva lasciato cadere il pacchetto delle lettere. Erano lettere di amore, di quell’amore che era stato l’unico della sua vita e che dopo tanti anni sentiva nel cuore ancor vivo e profondo come l’aveva inteso durante i giorni di quel lungo idillio. Si fece allo scaffale, ne trasse i libracci e diede in un grido di gioia vedendo sotto uno strato di polvere il pacchetto che riconobbe. Lo prese con mano tremante, sciolse il laccio e aperse una delle lettere di cui scorse con gli occhi gonfi di lacrime i sottili caratteri.

Povera Rachele. Egli rivide l’immagine della giovinetta bianca e delicata della quale era stato l’unico e solo amore. L’aveva vista in chiesa la prima volta, l’aveva rivista alla finestra, lieta, sorridente, quantunque ne avesse percosso di fieri colpi la famiglia. Egli ben sapeva dell’odio secolar tra i suoi ed i baroni di Pietrasanta, e come questa famiglia era soccombuta alla potenza dei duchi di Fagnano; sapeva che ogni riparazione sarebbe stata disdegnosamente respinta dal vecchio barone, ma non per questo aveva soffocato nel cuore suo l’amore per la bellissima Rachele che aveva irremovibilmente destinato a sua sposa. Ricordava la gioia di quel giorno in cui si era accorto che ella aveva arrossito nel vederlo spuntare dal viottolo; il turbamento di lei allorchè egli dal muricciuolo dell’orto le rivolse parole d’amore; la prima lettera che finalmente ne aveva ottenuto e che era fra quelle del pacchetto, e la notte, quella notte fatale in cui lei, mentre il padre dormiva, gli aveva aperta la porticina dell’orto, lo aveva accolto nella sua cameretta verginale...

Povera Rachele! Anche lei era stata una vittima del destino che aveva voluto la rovina dei baroni di Pietrasanta per opera dei duchi di Fagnano! L’ostinatezza del padre di lei aveva costretto i due giovani a celare il loro amore anche quando già ella ne portava il frutto nel seno; la malvagità del fratello di lui aveva coadiuvato il destino. Egli ben sapeva che era stato il fratello a denunciarlo, che il fratello si doveva la sua condanna; pure nell’anima sua dolce e buona nessun sentimento d’odio s’era annidato per l’autore d’ogni sua sventura. Ma intanto che avrebbe fatto lui, or che era ritornato alla casa de’ suoi padri? Quale vita avrebbe vissuto in quella solitudine lui che, ricondotto dagli stranieri, sarebbe considerato come uno straniero ed un oppressore del suo paese? Forse non sarebbe stato neanche riconosciuto: il solo cuore amante e fedele era quella povera fanciulla morta e che era stata sepolta nella chiesetta in cui si proponeva d’andare a inginocchiarsi ed a pregare sulla tomba che rinchiudeva la povera creatura.

In Francia aveva saputo della morte di lei da una lettera pervenutagli nella quale però non si parlava punto del figlio che aveva dovuto mettere al mondo. Era dunque morto anche lui? E se fosse vivo? Se i malvagi onde entrambi erano stati vittime lo avessero sottratto o lo avessero ucciso? Solo a questo scopo aveva fatto pratiche per tornare in Italia, solo per questo aveva ripreso il suo titolo e aveva ottenuto dal governo francese la restituzione dei beni, deciso, se vane fossero state le ricerche del figlio suo, a tornarsene in Francia, a Parigi, che teneva in conto di sua seconda patria.

Trascorsi alquanti giorni, il paesello e le casette rurali dei dintorni ricominciarono a popolarsi, tanto più che i soldati francesi, accasermati parte al castello, parte negli attigui o vicini caseggiati, non avevano commessa nessuna delle ribalderie che tenevano quasi sempre dietro ad una loro azione contro le bande. I morti delle due parti erano stati sepolti in un’ampia fossa scavata nei pressi del cimitero, e la quiete pareva tornata anche perchè quel pur vago spavento che incuteva la banda di capitan Riccardo allorchè scorazzava per quei monti era cessato con la dispersione di essa.

Carmine era stato fra i primi a tornare, ma timido com’era, preferiva passare le giornate nel suo poderetto, quantunque fosse molto afflitto per la incertezza in cui viveva sulla sorte del giovane. Lo sapeva ferito, ma non mortalmente, e con gli altri feriti prigioniero dei Francesi; che ne sarebbe avvenuto appena guarito? Gli avrebbero tenuto conto di non essersi lui macchiato di nessun delitto comune durante quella guerra, di essere immune delle orrende colpe degli altri capibanda? Avrebbero visto in lui il partigiano e non il masnadiere, concedendogli le attenuanti che almeno ne avrebbero salvata la vita?