— Già, del giovane che chiamano Riccardo e che ora si chiama il duca di Fagnano.

— Ma tu sei pazza, sei pazza! Come ti salta in testa di parlare di fortuna mentre quel poveretto forse si alzerà dalla paglia su cui giace ferito per andare al patibolo?

— Tu che dici, tu che dici? O che il padre lo permetterebbe, il padre che è un pezzo grosso e che comanda su tutti, anche sui soldati?

— Il padre?

— Già, il padre, il vero duca di Fagnano. Tu sai leggere e non hai letto dunque la carta scritta che hanno messo ovunque e in cui si dice che i Francesi sono gente venuta qui per fare il bene di noi altri, per dare a tutti pane e companatico, per affrancarci dalla schiavitù e tante altre belle parole che non ho compreso ma che neanche ha compreso chi mi leggeva quella carta che è stata pure affissa alla porta del mio molino?

— Aspetta... io non mi raccapezzo... Che ci entra quella carta con la sorte del povero Riccardo?

— Ma dunque tu non l’hai letta? Ma dunque tu non sai nulla? Ma dunque tu non sai che è tornato, è tornato?!

— Chi, chi è tornato? — gridò Carmine cui incominciava a balenane il vero.

— Il duca, il vero duca di Fagnano, il marito della baronessa di Pietrasanta, il padre di Riccardo che fu a te affidato dalla madre moribonda con una lettera per darla al padre se caso mai fosse tornato!

— Non è possibile, non è possibile! — balbettò Carmine lasciandosi cadere sulla panca del focolare per l’emozione.