— Del resto, il tuo sacrosanto dovere è di attenere la promessa che facesti a quella moribonda. Tu non devi preoccuparti d’altro. Perciò dimani ti presenterai al duca, gli dirai chi sei; se egli non ti riconosce gli consegnerai la lettera della sua povera sposa; gli dirai infine che il figlio suo è tra i feriti, e te ne tornerai qui tranquillo e contento d’aver fatto il tuo dovere.

— Sì, ma — disse Carmine tuttora perplesso — io poi dovrei anche parlarne a Pietro il Toro...

— Mettigli il sale sulla coda a Pietro il Toro! Non è tra i feriti e non fu trovato tra i morti. Chissà con quelle gambe storte quante miglia avrà fatto! Ma La lettera fu data o non fu data a te? E dunque tu devi consegnarla a chi è diretta.

— Mi hai convinto, mi hai convinto... Eppoi, è forse questo l’unico mezzo per salvar la vita a quel povero giovane. Ti ringrazio, Geltrude, d’esser venuta, ti ringrazio!

— E si dice poi che noialtre femmine non sappiamo dar dei consigli! Senza di me chissà quando tu avresti saputo che il duca era tornato, e chi sa se saresti stato in tempo per salvar dalla morte il povero Riccardo... Ora, in compenso dammi da cena e concedimi il solito cantuccio sulla panca del focolare...

— Non dormirò questa notte, non dormirò — borbottava Carmine. — Chi se l’aspettava! Chi l’avrebbe creduto? Dopo trent’anni, nè più nè meno, trent’anni!

II.

Si era in breve divulgata la nuova che due compagnie di soldati avevano posto quartiere intorno al castello, e molti rivenduglioli, rassicurati dalla voce sparsa che la più severa disciplina, cosa veramente incredibile, le teneva a freno, eran venuti dalla città e dai dintorni per esercitare le loro piccole industrie; anzi un furbo contadino, sicuro di fare ottimi affari, aveva in una casetta in fondo allo spiazzo del castello messo una tavernuola in cui vendeva del buon vino e pane e companatico con gran contento dei soldati che convenivano in essa a far la partita. Sicchè, in certe ore del giorno specialmente, la tavernucola risuonava di voci e di canti ed era ingombra di una folla di soldati che avevan trovato assai buono il vino di Cicco il cantiniere, il quale aveva un suo metodo speciale per mutar l’acqua della vicina fonte nel liquore sacro a Bacco, e sapeva anche renderlo piacevole al gusto e non tanto dannoso al cervello.

E a poco a poco si erano andati addomesticando anche i contadini del dintorno, i quali cominciavano a farsi intendere dai Francesi e ad intenderli. Ne era nata una specie di lingua convenzionale che sentiva del dialetto paesano e dell’argot soldatesco. Nè gli ufficiali mal vedevano quella dimestichezza dalla quale potevano trarre preziose notizie intorno agli intenti dei superstiti delle due bande, i quali, a quel che si diceva, avevano in animo di raccogliersi per ripigliare la lotta.

Otto giorni dopo il memorabile assalto al castello, in sull’imbrunire, nella taverna di massaro Cicco erano riuniti alcuni sottufficiali francesi che, seduti intorno a una tavola unta e bisunta, trincavano allegramente il vinello che il tavernaio mesceva in certe caraffe da una botticella dietro il bancone.