— Sì, bravo, bene: alla gloria e alle belle femmine!

— Di Gimigliano e di Marcellinara... — aggiunse il sergentino con l’ostinatezza propria degli ubbriachi.

— Come vuoi: di Gimigliano e di Marcellinara.

I volti erano arrossati, gli occhi lucenti; le lingue incominciavano a confondersi.

La porta si aprì spinta da una mano. Al rumore tutti si rivolsero. Videro sull’uscio un povero vecchio sciancato e controfatto che si sforzava di salire il gradino che metteva nella taverna. Dietro a lui, una giovane donna dalle vesti diverse da quelle che usavano le contadine di quel dintorno, cercava di sorreggerlo e di spingerlo nella taverna.

Il vecchio entrò: appoggiava la tozza e bassa persona ad un ramo d’albero dispogliato delle fronde; un cappellaccio gli copriva il capo canuto e una bisaccia che pareva ben ricolma gli pendeva a cavalcioni dell’omero.

— Andiamo, via, nonno — disse la giovane donna — che questa buona gente permetterà che ci riposiamo qui per questa notte, e ce lo permetterà anche il fondachiere quando saprà che abbiamo di che pagare l’alloggio e la cena.

— Non ne posso più, non ne posso più! — gemeva il vecchio. Poi volgendo il capo lentamente verso il gruppo dei bevitori con voce fioca e piagnucolosa disse:

— Permettete, bravi soldati, che segga in un cantuccio. Mi trascino da stamane, sorretto da questa povera figliuola che si tiene in piedi per miracolo.

— Ma sicuro, ma sicuro: sedete, buon vecchio — risposero a coro i sottufficiali.