— Ci manda il duca.
— Il duca è qui, nel suo castello? — fece il giovane con un atto di stupore.
— Sì, con la figliuola e una signora sua amica.
— Oh! — gridò Riccardo cui di un tratto era sorto un dubbio nell’animo.
— Il duca — continuò l’armigero — vi avvisa che due compagnie di volteggiatori francesi si avanzano, forse per assalire il castello. Non si tratta tanto di salvar lui quanto... non so che cosa di assai più importante. Siccome delle bande fedeli al Re e che pel Re combattono la vostra è la più vicina, mi ha mandato a voi...
— Con una lettera?
— No, veramente la lettera mi fu data da quella signora amica della duchessina.
Egli intese un tuffo di sangue nel cervello. Dunque non era stato dimenticato? Dunque avrebbe potuto aprir di nuovo l’animo alla speranza? Dunque di nuovo quella mano si stendeva su lui per trarlo in su dall’abisso senza fondo in cui era caduto?
— Dammela — disse con voce tremante.
Quando l’armigero gliela porse intese al contatto della carta la sensazione di una mano morbida e calda, il tepore di un fluido dolcissimo che si spandeva per tutto l’esser suo. Aperse la lettera, l’avvicinò alla luce della lanterna, ma in sulle prime non giunse a leggere i caratteri che riconobbe per quelli tante volte da lui letti e meditati. Poi ebbe vergogna della sua commozione, si impose maggior serenità e maggior calma. Si curvò sul foglio e lesse: