III.

La prigione in cui avevano rinchiuso capitan Riccardo, o meglio, a voler tenere in conto il brevetto firmato dal re Ferdinando IV, il colonnello Riccardo, era una stanzuccia di una delle torri che aveva dovuto servire di prigione nei tempi in cui i duchi di Fagnano avevano potere di alta e bassa giustizia nelle loro terre. Era preceduta da altre due stanze nelle quali un picchetto di soldati montava la guardia, ma così buie e anguste che si preferiva star fuori, tanto il prigioniero era ben custodito da una massiccia porta di ferro. Nei primi giorni la sorveglianza era stata rigida e severa, ma poi a poco a poco si era rallentata, sia perchè il medico militare aveva detto che il giovane era incapace di muoversi per le tante ferite riportate, sia perchè l’angusto pertugio che s’apriva in alto e la porticina di ferro rassicuravano che ogni tentativo di evasione sarebbe riuscito infruttuoso. E poichè di quella prigione improvvisata mancavano i secondini, il sergente o il caporale che vi montava di guardia ne custodiva le chiavi, e la porta non si apriva che due volte al giorno, per la visita del medico e per il cibo al prigioniero.

Nessuna delle ferite era mortale, e già la robusta fibra del giovane incominciava a riaversi dal gran sangue perduto. Eran passati parecchi giorni e lui era tuttora incerto sulla sorte che gli serbava. Aveva più volte cercato di appurar qualcosa da coloro che accompagnavano il medico e che gli portavano il cibo, ma le sue domande erano rimaste senza risposta, sia perchè forse il suo linguaggio non era compreso, sia perchè la consegna era di non rispondere; onde passava le lunghe giornate standosene in sul giaciglio, parato a tutto; chè questa volta ben comprendeva d’esser finita per lui. Sapeva pur troppo quale pena gli spettava, e conveniva seco d’averla meritata. Anche essi non davano quartiere, anche essi fucilavano i Francesi che cadevano prigioni nelle loro mani, quantunque fossero dei soldati costretti dalla disciplina e dall’onor militare a combattere, mentre essi volontariamente avevano preso le armi. Solo si maravigliava e grandemente che ancora fosse in vita, mentre sapeva che si era andati sempre per le spiccie, e nessuno mai aveva visto la notte del giorno in cui era caduto in mano a quei nemici.

— Aspettano che guarisca dalle ferite e che riacquisti le forze, perchè vada co’ miei piedi a morire — diceva a sè stesso.

Ma le ferite erano quasi rimarginate, il riposo ed il nutrimento abbondante l’avevano a poco a poco ringagliardito. Che si aspettava dunque?

In verità, gli rincresceva di morire, di morire proprio sul limitare di quel mondo che l’amore o il capriccio di una regina gli aveva fatto intravedere. Se non fosse caduto in quella immane lotta che ricordava con fierezza, e che aveva destato l’ammirazione anche dei nemici, i quali ben s’intendevano di valore, un ben altro avvenire gli si sarebbe schiuso dinanzi: egli avrebbe lasciato quei luoghi, non sarebbe stato più il capo di una banda, che, se non per l’intento, per le persone onde era composta e quantunque delle meno feroci, per la rovina che apportava, più che di partigiani era una banda di masnadieri. Il suo cuore, la mente, il suo braccio sarebbero consacrati ad un’alta e nobile impresa che aveva intraveduto nelle parole regali: egli avrebbe fatto ammenda di tutto il passato del quale la sua coscienza non era punto soddisfatta.

Cosa strana: l’amore per lui della Regina non entrava per nulla nel suo rammarico: quantunque il ricordo delle ebbrezze godute dovesse accendergli il sangue, egli restava freddo a tal ricordo. Se sotto l’influenza dello sguardo di lei, se a contatto di quella sfolgorante bellezza cui gli anni invece di attenuarlo ne avevano acuito il fascino; se le torride carezze che ne facevano un’amante formidabile lo sconvolgevano, onde quelle due notti di amore erano state per lui un delirio; lontano da lui, quella donna non era più l’amante, ma era pur sempre la Regina. Inoltre, se interrogando bene l’anima sua egli doveva convenire che non sentimento d’amore era il suo, perchè, senza volerlo, il pensiero vagheggiava un’altra immagine e ci era nel profondo del suo cuore una tenerezza che gli faceva mormorare un altro nome, pure sentiva di esser legato indissolubilmente alla sorte di quella augusta donna, fatta segno a tanto odio, cui si attribuivano tante colpe e tanti delitti. Non avrebbe saputo dire qual fosse il suo sentimento per lei, ma se avesse avuto cento vite, cento vite avrebbe dato pel trionfo di lei. Non per sè gli dispiaceva di morire: infine, aveva vissuto abbastanza, e povero e miserabile trovatello, aveva un grado datogli da un re, aveva goduto gioie sovrumane dategli da una regina: non per quella tenerezza che gli empiva l’animo, talvolta, di malinconia, perchè se una donna regale aveva avuto per lui baci e carezze, la giovinetta dell’anima sua era più in alto assai che nel suo pensiero, ed egli sapeva bene che neanche con lo sguardo giunger poteva a tanta altitudine. La morte dunque per lui sarebbe stata la fine di un sogno che non avrebbe potuto divenir mai una realtà. Ma gli doleva di morire perchè sarebbe venuto meno alla promessa che aveva fatto di esser lui il cuore fedele, l’anima devota necessaria ai disegni dell’augusta donna.

Superstizioso come tutte le nature primitive era giunto a convincersi esser lui indispensabile al trionfo della Regina. Non gliel’aveva detto che ogni sua speranza era riposta in lui? Non gli aveva fatto giurare che se fosse uscito vivo dalla mischia l’avrebbe raggiunta in Sicilia, disposto ad ubbidirle ciecamente? Il cuore fedele, l’anima devota necessaria al gran disegno era lui, che fra poco sarebbe caduto colpito a morte come un vile e nefando malfattore! Morto lui, chi, chi mai l’augusta donna avrebbe trovato disposto a sacrificarlesi?

Era in questi pensieri quando udì un cigolar di catenacci: poco dopo la porticina di ferro si aprì e un sergente entrò seguito da alcuni soldati.

— Ho l’ordine di condurvi innanzi al Commissario civile — disse il sergente.