Egli si era alzato dal suo giaciglio, punto sorpreso dalle parole del soldato.

— Che vuole da me? — rispose sorridendo — Che io denunci i nomi dei miei compagni? Che io faccia la spia insomma? Potrebbero ben risparmiarmi e risparmiarvi tanti fastidi, che io non dirò nulla neanche se mi facessero a brani.

— Io non so altro — rispose il sergente — che debbo condurvi innanzi al Commissario coi polsi stretti nei ferri.

In così dire mostrava una catenella.

— Sentite, camerata — disse capitan Riccardo — so bene che voi eseguite un ordine, ma... guardatemi bene in viso... Sono io capace di dare una parola e di venir meno alla parola data? Ci è qualcosa che ci accomuna, ed è il valore: ed un valoroso non è mai un mentitore. Io so come voi vi battete, voi non ignorate come io mi batto, voi quindi dovete stimarmi come io vi stimo. Mi inganno forse? Se militassi nelle vostre file non mi credereste degno di stringermi la mano?

— Non dico di no — rispose il sergente che aveva nel viso una profonda cicatrice — Non dico di no: vi siete battuto come un soldato francese; ma io non capisco a che mirano le vostre parole.

— Mirano ad ottenere che quella catena, che mani leali use a maneggiar la sciabola ed il fucile mal saprebbero maneggiare, non disonorino i polsi di chi ha combattuto da leale e valoroso soldato. Io vi do la mia parola d’onore che lungo il tragitto da questa carcere alla dimora del Commissario civile nulla farò per evadere, soccorso o non soccorso, come dicevano i cavalieri antichi. Ve ne do la mia parola d’onore, ripeto.

Il sergente fissò lo sguardo in viso al prigioniero; stette un pezzo pensoso ed incerto, poi scagliando lungi da sè la catenella esclamò:

— Ebbene, sì. Ne avrò forse per dieci giorni di consegna ma non sia detto che un soldato francese abbia dubitato della parola d’onore di un prode, col quale ha scambiato colpi mortali. Perchè fui io che vi atterrai col calcio del fucile.

— Che mi ha tenuto per tre giorni col capo intronato.