— E che per buona fortuna dei miei camerati vi ho messo fuori combattimento. Orsù — disse il sergente volto ai suoi soldati — andate via. Accompagnerò io solo il prigioniero.
— Grazie, sergente — rispose capitan Riccardo — Ed ora vi prego di un altro servigio: che siate voi a comandare il fuoco quando dovrò essere fucilato.
— Come il più anziano tocca a me tale incarico. In ogni modo ve lo prometto.
Il prigioniero si era alzato e attendeva a ricomporsi. Quantunque le ferite gli dolessero, pure dissimulava il dolore con grande meraviglia del sergente che pochi giorni prima lo aveva visto col corpo tagliuzzato e sanguinante disteso su quel giaciglio.
— Che bravi soldati, che bravi soldati sarebbero mai! — mormorò — degni della vecchia Guardia.
Uscirono entrambi dalla prigione e passarono tra i soldati stupiti, ma che pure non osavano biasimare il vecchio sergente, che era il più stimato del reggimento. Il giovane, seguìto dal suo custode, sali l’ampia scala del castello, finchè giunsero all’anticamera del primo piano ove era l’alloggio del Commissario civile.
Seduto su una delle panche lungo le pareti, capitan Riccardo vide un uomo nel quale riconobbe Carmine.
Diedero entrambi un grido di gioia e si slanciarono l’uno nelle braccia dell’altro.
— Libero, sei tu libero? — diceva Carmine, ingannato dal veder senza legami il giovane — Lo dicevo io, lo dicevo. Ma come è avvenuto? Dunque il Commissario civile...
— Ho dato la mia parola d’onore a questo buon sergente — rispose Riccardo — che non avrei tentato di evadere. Ma è pur troppo vero che io son prigioniero e che forse... non vedrò il sole discendere dietro le spalle dei nostri monti. Questa è la guerra, caro Carmine, e bisogna pur rassegnarsi.