— Ritiratevi, signori, e buona notte.
Il maggiordomo e i cortigiani s’inchinarono e si ritrassero, seguiti dai valletti.
— Entra, mia cara — disse il Re additando alla moglie l’uscio della camera da letto.
Poi fregandosi le mani, con uno scoppio di riso che gli gonfiava la gola e negli occhi uno sguardo malizioso:
— Chi sa che avran pensato quei signori chè io ho voluto restar solo con te... nella mia camera da letto? Sei così bella, così fresca, e ancora così... così...
— Nipote di Enrico IV e di Luigi il Grande, figlio di Carlo III, dovresti vergognarti di tali buffonate, indegne del più vile lazzarone del tuo regno, mentre sul tuo trono di Napoli è assiso un osceno palafreniere e sul tuo trono di Sicilia un fantoccio che in tuo nome e per saziare l’ingordigia dei nostri padroni, gl’Inglesi, opprime e dissangua il popolo tuo che ti esecra e ti maledice!
Ferdinando IV che si era già seduto sulla sponda del letto e si apprestava a coricarsi, si raddrizzò a quell’apostrofe col viso che esprimeva la sorpresa e insieme la noia.
— Per questo sei venuta, per questo? — mormorò infastidito. — Già, dovevo immaginarmelo! Tu vieni sempre per darmi un dolore o per accrescere le mie pene. Pur dovresti avere un po’ di pietà di me se non ne hanno gli altri. Ho perduto il sonno e l’appetito, non trovo più piacere neanche nella caccia, mi hanno tolto il mio povero d’Ascoli, l’unico amico mio, non son più padrone neanche di restar solo, chè per tutta questa casa è un viavai di gente che io vorrei mandare a mille diavoli e nol posso! Non ci mancavi che tu adesso con le tue vane querimonie!
— Vane sol perchè tu sei vile, vane solo perchè il più indegno dei tuoi sudditi avrebbe vergogna di una tanta abiezione, mentre tu la sopporti pazientemente come il bue sopporta il giogo!
— Il bue! — osservò il Re con un sorriso tra il malizioso e l’amaro. — Fai certi paragoni tu!