— L’ho avuta qui la vostra lettera.
— Ah, sai dunque che Zaira, la cagna arancione, mi ha regalato quattro maglifici cagnolini che ti farò vedere. Una bellezza, una bellezza! Per la caccia al fermo nessuno eguaglia quella cagna lì! Che fiuto, che sicurezza, e quando si ferma col muso basso, gli occhi fissi, la coda alzata, e resta immobile, puoi star sicura che quaglia, starna o beccaccia, l’uccello è là! Peccato che oramai le gambe non più mi reggono come un tempo. Devi ricordartelo: un tempo, in una sola giornata uccisi centoventi beccacce! Ahimè, adesso mi stanco appena fatti cento passi!
Ed il Re trasse un sospiro di rimpianto.
— Vostra Maestà era in procinto di andare a letto? — chiese lei.
— Sì, ma se devi dirmi qualche cosa che non può rimandarsi a dimani, e sarebbe meglio perchè devi essere stanca... via, per quanto sei sempre bella, sempre piacente come una donna nel pieno della giovinezza, pure gli anni contano qualche cosa anche per te!
— Non sono stanca io — disse lei bruscamente — specie se si tratta di affari gravi, del bene di questo povero regno, del nostro avvenire e dall’avvenire dei nostri figli!
— Ah! — fece il Re grattandosi la testa con un gesto comune alla plebe napolitana. — Hai ancora di queste fisime pel capo?
— Ho bisogno di restar sola con Vostra Maestà — disse lei con accento risoluto.
Gli è che fra i due staffieri che reggevano i candelabri accesi, e in mezzo a cui si teneva ritto e immobile il vecchio maggiordomo, aveva visto il cappellano, un frate dei padri Scolopi, e due o tre cortigiani, che dividevano l’esilio col Re.
— Ma dunque si tratta davvero d’affari seri? — fece il Re tra lo scherzoso e l’infastidito. Poi voltosi a quelli del suo seguito: