La Regina rimase un istante a fissare la lettera, mentre tentennava il capo con le labbra strette per commiserevole spregio.
— Ed ecco — disse poi lentamente — di che si occupa il Re, nipote di Enrico IV e di Luigi il Grande, mentre metà del suo regno lotta contro gli stranieri e l’altra metà è oppressa dalla superbia e dall’avarizia britannica! Ecco di che si occupa mentre tanti generosi muoiono per lui, mentre tanti oppressi gemono sotto il piede dei tracotanti Inglesi!
E stette immobile un istante con lo sguardo fisso e bieco, la fronte corrugata, le labbra tremanti.
— Sua Maestà il Re nostro signore aspetta la Maestà Vostra nella sua stanza — disse entrando il maggiordomo.
Ella, tratta dai suoi pensieri, si rivolse ad Alma:
— Va, va a letto, mia cara amica. Dovrò trattenermi un pezzo col Re: chi sa non giunga a scuoterlo, chi sa!
Fece un gesto come per dire a se stessa che era vana ogni speranza e si diresse, preceduta dal maggiordomo e da due servi in livrea che reggevano dei candelabri accesi, verso l’appartamento abitato da Sua Maestà Ferdinando IV.
Il quale, sorpreso da quella visita che non si aspettava, essendo già di molto inoltrata la notte, si era alzato per andare incontro alla moglie che se non amava temeva tanto, e tanto ne subiva il fascino da dissimulare il suo malumore. Ferdinando, alto, membruto, poteva dirsi un bell’uomo, se non che ci era qualcosa di grossolano e di facchinesco in quella bellezza dal grosso naso, al quale dovea il suo nomignolo di Nasone. Gli esercizi ginnastici nei quali si compiaceva di essere assai bravo, avevano vieppiù sviluppato le sue membra a cui l’adiposità della vecchiaia incominciava a togliere la elasticità e la forza.
Si avanzò con le braccia aperte incontro alla Regina che si lasciò stringere al petto senza mostrarsi punto commossa.
— Qual buon vento ti ha portato qui, mia cara Carolina? — le disse il Re mentre l’accompagnava nel suo appartamento — Giusto oggi ti ho scritto... Lo so, avrei dovuto da gran tempo rispondere alle tue lettere, ma mi son lasciato sopraffare dalla inerzia. E poi tu sai che io con la penna non ci ho una grande dimestichezza; non sono un letterato e, scusa sai, tu che sei un’arca di scienza, me ne vanto. Ora ti dirò quel che ti ho scritto.