— Sua Maestà, il Re nostro signore le ha scritto, e...
— Ah sì — disse la Regina alzando le spalle distratta, chè il suo pensiero era ancora in preda alla collera ruggente nel suo cuore.
Aprì la lettera e lesse con un sorriso di sdegno e di disprezzo:
«Mia cara Carolina,
«Ho ricevuto le tue lettere a tempo debito, mia cara Carolina, e te ne ringrazio: esse mi distraggono e ho bisogno di grande distrazione. La pesca è impossibile qui e per varie ragioni, di cui la principale è che non v’è acqua alla Ficuzza.
«Dove è andato il bel tempo in cui noi pescavamo insieme nei bei laghi di Patria e del Fusaro, in cui io vendevo la mia pesca ai miei clienti? Rigorosamente parlando potrei pescare alla mia tonnara di Solanto, ma non è la stagione del tonno, e poi se mi avvicinassi alle coste gli Inglesi immaginerebbero che volessi andar via. Per andar dove? A Napoli? Ah, piacesse a Dio e a San Gennaro che la cosa fosse possibile! Mia cara Carolina, non ci è che una Napoli al mondo!
«Non resta altro sollievo che la caccia, ma non so perchè, da qualche tempo in qua mi piace assai meno, e non caccio quasi più. Ieri tuttavia ho ucciso un cignale nel bosco del Cepellaro; ma i cignali siciliani non valgono quelli di Persano!
«Il mio cappellano mi dice regolarmente due messe al giorno, talvolta anche tre, ed è una grande consolazione per me che ti abbraccio.
«Ferdinando».
P. S. «Riapro la lettera per dirti che la mia cagna, quella dal pelo arancione, ha fatto quattro piccoli e si spera allevarli tutti e quattro. A proposito, sai tu che nostro figlio Francesco mio Vicario Generale, ha avuto dei dolori colici che minacciarono di mandarlo all’altro mondo? Vuoi uno dei piccoli della mia cagna? Sono intelligenti e fedeli»[1].