— Se Vostra Maestà non ha bisogno di me — disse Alma con fredda ed altera cortesia — permetta che mi ritiri.

— Hai ragione, hai ragione — proruppe la Regina accorgendosi d’essersi lasciata trasportare — perdonami. Ma entra, entra in questo cuore esulcerato, misurane lo strazio dell’impotenza, dell’umiliazione, della dignità vilipesa, dell’orgoglio ferito. Pensa quale esser deve l’orrenda angoscia di una leonessa che i lupi rapaci e le volpi han chiuso in una gabbia di ferro, e mentre la pungono, la molestano, la ingiuriano con gli atti e le tendono agguati ed insidie, con vigliacca ironia le si inginocchiano dinanzi pur non risparmiandole le sottili e sapienti torture in quell’ipocrito attestato di riverenza! Ah, fanciulla, fanciulla — continuò la Regina i cui occhi mandavan faville di odio — io ti ho vista più volte pensosa ed afflitta ed ho avuto pietà del dolore, qualunque sia, che toglie il sorriso alla tua giovinezza, che appanna il roseo delle tue guance e il fulgore delle tue pupille. Ma che cosa è il tuo dolore al paragone del mio? Se sapessero quanto ho sofferto coloro che mi dicono crudele ed inesorabile coi miei nemici, se sapessero quale inferno di dolore è stata la mia vita che il volgo stupido ed ignaro, senza cuore e senza mente, sol perchè vissuta in una reggia crede felice e spensierata!

— Non io l’ho creduto, mai — disse Alma scossa dalla voce e dalle parole della Regina.

— Lo so, perchè tu mi hai visto talvolta frenar le lagrime di rabbia e di vergogna presso a sgorgare; soffocar nelle viscere il grido di angoscia presso a prorompere, e sorridere mentre le vipere mordevano a sangue le pareti del cuore; ma non sai tutto, non sai tutto della mia vita che se fosse finita su un patibolo come quella della mia povera sorella, sarebbe stata al certo più sorrisa dalla fortuna. Sai tu quel che io ero a sedici anni, quando sulla mia fronte bianca ed innocente, si posò questa maledetta corona regale, fra le cui gemme si ascondevano le spine avvelenate, sai tu? La più pura e più buona creatura fra quelle che Dio manda ai popoli per reggerne i destini; ed io sentivo in me con la saggezza dei miei avi il fiero sangue di mia madre, e mossi pel paese del sole e degli aranci che le nostre giovanette sognano mentre la nebbia incombe intorno ad esse, con l’animo pieno di illusioni e col proposito di far felice il popolo al quale Dio mi aveva destinata, felice il Re sul cui trono salivo, ben credendomi degna del volere divino che mi aveva fatto nascere per tale missione. Con lo studio avevo temprato la mente, nessuna branca dello scibile mi era estranea; con l’esempio dei gloriosi imperatori che avevano ereditato lo scettro dai Cesari avevo temprato il cuore, fatto per intendere ogni grandezza come regina, ogni virtù come donna, e sognavo che dalla reggia che mi doveva accogliere tali virtù si irradiassero onde il paese del sole fosse anche il paese della civiltà, del sapere, dell’arte che dar dovevano alla mia giovane fronte una triplice corona, ben più preziosa di quella che Dio allorchè nacqui aveva deposto sulla mia culla!

E nel dir ciò la Regina pareva trasfigurata come se i ricordi delle sue illusioni giovanili l’avessero cinconfusa di una siderea luce: un velo di dolce malinconia si era diffuso pel suo bellissimo volto il quale aveva una impronta di maestà che rivelò ad Alma i tesori nascosti di quel cuore e di quella mente regali, rimasti finallora sepolti in un condensamento di odio, di livore, da cui poi erano scaturiti tutti i vizi che le avevano creato dintorno una così sanguinosa e turpe leggenda.

La giovinetta ascoltava con interesse sempre più crescente, anche perchè da gran tempo la Regina non era stata così espansiva con lei, da gran tempo, quantunque vivessero nella intimità inerente al suo ufficio, ci era un distacco in quelle due anime, come se qualcosa che ognuna di esse teneva celata fosse sopravvenuta che destava nei loro cuori una scambievole diffidenza. Di un tratto il viso della Regina si abbuiò, gli occhi ebbero un lampo che era di odio e di disprezzo insieme.

— Invece, in questa Reggia in cui un giovane re mi aspettava ebbro d’amore come io lo sognavo, tenero, premuroso, gentile come un cavaliere, ardente come un amante, bello e magnifico come un eroe, trovai l’indifferenza, la freddezza, la grossolanità plebea, l’irrisione per ogni nobile e grande ideale, il pregiudizio imbecille, l’ipocrisia più nauseosa! Invece, mi vidi circondata da gente sordida e maligna, da cortigiani senza onore, da femine senza vergogna, sovrastanti ad un popolo che era quale essi l’avevano fatto; mi vidi circondata da corrotti che mi corruppero, da spregiatori di ogni virtù che fecero di me... quel ch’io divenni. Arroganti quando nulla non avevano a temere, vili nei pericoli, appena sentirono rumoreggiar lontano la tempesta abbandonarono chi prima per carpirne i favori avevano adorato in ginocchio. Mi guardai intorno e vidi la viltà, il cinismo, l’incuria assisi sul trono. Allora decisi di lottare io, sola, io per i miei figli, io per colui che mi avevano dato a consorte, io pei generali indegni di portare una spada, io pel popolo che si acconciava indifferente allo straniero; lottai i osola, decisa a vincere o inabissarmi col marito, coi figli, col regno nel vortice della tempesta. E poichè con tutti i mezzi mi avevano combattuto, con tutti i mezzi io li combattei, ebbra di sangue come ero ebbra di dolore, cercando nella strage di scordar le umiliazioni che mi avevano inflitto, volendo ad ogni costo esser regina, non avendo potuto nel bene, nella pace, nella virtù, regina nel sangue, nel lutto, nel vizio, regina sorta dall’Inferno, poichè non avevano voluto che io fossi la creatura venuta dal Cielo!

Le nari le fremevano come se odorassero il sangue, il labbro inferiore caratteristico degli Asburgo le tremava, mentre il viso sconvolto, aveva una espressione di ferocia che spaventò la giovinetta.

— E lotterò, lotterò — riprese la Regina con voce soffocata dall’orgasmo — contro questi Inglesi di cui siamo lo zimbello, che hanno in loro balìa il Re e i miei figli, i miei figli che io ho partorito, io, misera leonessa madre di vili conigli!

Alma volle interromperla per cercar di calmarla stornando il pensiero di lei, che nell’impeto del dire era andata spiegazzando la lettera del Re, datale dal maggiordomo.