Al vedere Vittoria le si fecero incontro.

— La fortuna ci ha aiutati — disse Volpino — assai più che non meritassimo. Ho visitato l’interno di queste rovine: vi sono alcune stanze rimaste intatte ove si può dormire al sicuro dalla pioggia. Mi ci acconcerei per benino e per tutta la vita se avessi del buon vino, del pane, del companatico ed anche una di queste siciliane per cantarle delle romanze. Che occhi, San Francesco benedetto, che occhi, che...

— Taci vecchio rimbambito! — gridò Vittoria temendo per riguardo ad Alma il parlare sboccato del rozzo scorridore.

— Quando si tratta di aver buone orecchie e buon naso non sono un rimbambito — rispose il Volpino. — Dunque possiamo bene attendere qui che le strade siano libere.

— Andiamo, andiamo, che questa povera signorina ha bisogno di riposo. Conducine nella stanza meno rovinata e voi altri — disse poi Vittoria voltasi ai compagni — restate in vedetta per evitare che ci si sorprenda.

Aveva la voce e l’accento di chi sia usato al comando.

— State pure tranquilla, caporale — risposero quegli uomini. — Fosse anche una volpe che tentasse di arrampicarsi quassù, non sfuggirebbe alla nostra vista.

— E vi prevengo che se ci scoprono e se saremo assaliti non intendo fuggire. Or che abbiamo trovato un tal ricovero vi staremo finchè non ci sarà dato di raggiungere con sicurezza i nostri.

— Fuggire? E dove? In questo maledetto paese non ci è da raccapezzarsi — rispose il Volpino. — Non siamo fuggiti negli scontri coi Francesi, ciascun dei quali ne valeva dieci di queste aragoste, come i siciliani chiamano gl’Inglesi.

— Però, però — disse il Magaro che era fra gli sfuggiti — come faremo per empirci lo stomaco? Per la sete, ho visto scorrere là in fondo un ruscello; ma l’acqua non può far da pane, e neanche da vino!