— In verità, caro marchese, non che io tenga a questo affido che già, sia detto fra noi, non è punto onorifico come parrebbe; ma gli è che, è inutile, nasconderlo, ho subìto tanti rovesci che l’offerta di lord Bentinck fu per me una vera provvidenza, quantunque il mio orgoglio ne soffra perchè il Re non mostra di avermi in quella considerazione che meriterei.

— Lasciate correre, caro conte; voi non siete qui pel Re, ma... per voi stesso.

— E... per lord Bentinck!

— Sia pure; il quale lord Bentinck quando è ben servito sa essere riconoscente. Nessuno della nostra casta può lagnarsi di lui, meno s’intende, alcuni capi scarichi sedotti dalle nuove idee che non intendono. Non dobbiamo alla generosità inglese quel che occorre per sostenere degnamente il nostro grado? Ma il popolo soffre, il popolo è oppresso, il popolo è dissanguato! Ma se è nato per questo! Di chi è la colpa? degl’Inglesi? È di Domineddio che l’ha fatto nascere popolo, come ha fatto nascer noi conti, duchi o marchesi. Non è così?

— Proprio così. Sapete che le vostre parole mi han tolto un grave peso? In verità, sono stanco di tanti rivolgimenti e vorrei che tutto il mondo vivesse in pace ora che ho ottenuto anch’io questo cantuccio.

Il Re intanto era immerso in foschi pensieri: dalla notte in cui, in un istante d’ira, non sapendo resistere alla imposizione della moglie, aveva firmato il proclama col quale manifestava l’intenzione di ripigliare il potere, non aveva avuto più pace. In qualche modo si era acconciato a quella vita che conveniva alla sua indole pigra e ai suoi istinti grossolani; infine il potere non gli aveva dato che delle noie, e se avesse avuto ancora il vigor giovanile e a lui vicino il parco di Caserta o di Capodimonte, o la vasta tenuta degli Astroni, non avrebbe chiesto di meglio dell’essere sgravato dei fastidii del potere. Eppoi si sentiva già vecchio, e se negli anni più verdi si era lasciato travolgere dal torrente che lo aveva strappato dal trono di Napoli, non aveva nessuna voglia di resistere ora, dopo aver sofferto tante traversìe.

E come, come si era lasciato indurre dalla moglie che lo aveva messo sempre in gran brutti impicci? Dacchè ne era separato aveva vissuto così sereno e tranquillo in quel suo ritiro della Ficuzza da essere in fondo ben grato agl’Inglesi che a tanto l’avevano costretto, poichè a vero dire, egli non sarebbe stato capace di osar tanto. Valeva bene la perdita del potere l’acquistata serenità per la separazione dalla moglie, istancabile orditrice d’intrighi e di congiure, la quale non nascondeva punto il disprezzo in cui lo teneva e non gli risparmiava i rimproveri, gli amari motteggi, ritenendolo responsabile dell’avvilimento in cui erano caduti.

Come dunque si era lasciato indurre a firmare quel proclama che al certo gli avrebbe procurato di grandi impicci? Per poco, a prevenire e a render vani gl’intrighi della moglie, gli era venuto in mente di denunciarla agl’Inglesi; ma riflettendoci meglio aveva compreso che per evitare un fastidio sarebbe andato incontro ad un altro, avendo egli paura di quella donna che sapeva di tutto capace. Non l’avevano accusata di aver tentato di avvelenare il principe ereditario, suo figlio, Vicario del Regno di Sicilia? Egli non aveva mostrato di dar credito a tal voce, ma in fondo alla sua coscienza si era fatto strada il dubbio, anzi possiamo dire la certezza che non la si accusasse a torto.

Che uso dunque avrebbe ella fatto di quel proclama che gli aveva estorto in un istante d’ira? Quando sarebbe scoppiata la bufera alla quale egli, senza volerlo aveva prestato il nome? Sentiva sospesa sul suo capo quella minaccia e la mattina nello svegliarsi chiedeva a se stesso se sarebbe trascorsa in pace quella giornata, non potendo trattenersi dall’imprecare in cuor suo alla moglie, che non certo nell’interesse di lui s’era data ad ordir congiure, ma per appagare la sua sete di dominio e di vendetta.

Questa perenne preoccupazione, quest’attesa angosciosa lo faceva vivere in un continuo orgasmo che pur cercava di celare ai pochi cortigiani, con l’assenso di lord Bentinck rimasti al suo servizio. E vieppiù l’impensieriva il non aver nuove della moglie da quella notte, segno che tutta data alle sue cabale, ai suoi intrighi, non pensava più a lui, ben paga di averne ottenuto con la demoniaca influenza che su lui esercitava, l’assenso al torbido disegno.