— Sì, per pochi giorni — rispose l’inglese.

Ella lo fissava per comprenderne bene l’ascoso pensiero.

— In compenso — continuò l’Inglese spiccando bene le parole e tenendo gli occhi fissi in quelli della duchessa — potrà divenir forse la vostra stabile dimora.

— Lottar con quella donna — mormorò la bella creatura — con quella donna che non bada ai mezzi, che è capace di ogni insidia e che esercita una tanto sinistra influenza sull’animo del Re il quale la teme per quanto l’odia...

— E perciò noi dobbiamo combatterla con le stesse sue armi. Fu un male, un gran male averla relegata a Castelvetrano; qui la nostra sorveglianza avrebbe potuto essere più assidua e più oculata. Ora a noi fa bisogno di uno scandalo, di uno scandalo pubblico per quanto più sia possibile. Bisogna indurre il Re ad assentire. In fondo è quel che desidera: giustificare l’esilio di quella donna fuori dalla Sicilia per impedire che l’Austria possa far rimostranze e imponga di richiamarla. Avremo così assicurato la pace di questo Regno, la felicità del Re e... e, mia cara duchessa, la vostra fortuna.

— Ma cotesto capobanda così famoso... dicono che sia un gran bel giovane, è vero?

— Son cose che non mi riguardano. La bellezza di un uomo non può esser misurata che dall’occhio di una donna. È però di un coraggio a tutta prova, e contro i Francesi ha fatto prodigi. Si dice anche che sia di nobile stirpe, benchè bastardo. È di un’audacia senza pari: appena sbarcato uccise un soldato inglese, ne ferì due; inseguito, riescì a nascondersi in una vecchia torre abitata dalla Regina.

— Ma perchè non l’avete fatto arrestare?

— Perchè — rispose l’Inglese con un sorriso che scoprì i denti lunghi ed aguzzi — perchè occorre a me, a voi, alla pace di questo Regno ch’ei sia libero, finchè entrambi, lui e la sua regale amasia, non cadano nella trappola!

— Che io dovrò tendere!