— Ah! — disse — delle pattuglie di soldati in ogni parte!
In vero qua e là pei colli che fiancheggiavano la strada vi eran gruppi di soldati, le cui rosse divise spiccavano tra il verde degli alberi.
— Osservo però — ella soggiunse — che cotesti vostri soldati son troppo visibili: è facile quindi deluderne la sorveglianza.
— Ne ho altri del tutto invisibili che mi servono per tener d’occhio coloro che meco lavorano per un intento comune. Ecco, per esempio, ier sera, in sulla mezzanotte, uscì dal vostro palazzo un signore che stamattina ho fatto arrestare.
— Il conte di Bucenta! — gridò lei impallidendo.
— Brava! Il conte di Bucenta che macchinava contro di noi e che sperava d’indurvi a cospirare per la libertà e per l’indipendenza della Sicilia.
Ciò detto salutò con un inchino e montò nel cocchio di cui chiuse lo sportello.
La duchessa era rimasta immobile, colpita da stupore a quella notizia che lord Bentinck si era serbato di darle in ultimo, quasi come un ammonimento. La carrozza aveva già svoltato l’angolo del parco, quando infine si risolse di muovere verso la villa reale in cui il Re l’aspettava con impazienza.
— Ho fatto bene, ho fatto bene — mormorava la giovane donna — a respingere le proposte del conte che mi è parso assai diffidente della Regina. Sarei caduta in disgrazia di coloro che servono ai miei progetti, come io servo ai loro, e che sono i più forti. E tanto più debbo fidare in milord in quanto è l’unico che non mi faccia gli occhi dolci. Ma gli affari son gli affari, come ei ripete spesso.
Intanto, seguita dalla vecchia cameriera era giunta innanzi la porta grande della villa, guardata da un vecchio veterano che si appoggiava con aria stanca ed annoiata al fucile, e che al vedere la giovane donna che ei sapeva in intimi rapporti col Re, si raddrizzò per farle il saluto militare, mentre il portinaio gallonato e impennacchiato si teneva immobile sulla soglia.