I due si guardarono ammiccando.

— Il Re ha perduto gli alfieri e le torri; non ha che poche pedine oramai...

Discorrendo così sottovoce i due entrarono in una delle stanze a pianterreno ove erano gli alloggi degli ufficiali della Corte.

Il Re non sapeva a che attribuire l’indugio della duchessa, che giungeva opportuna. Aveva deciso di confidarle tutte le sue pene, le sue paure, le sue preoccupazioni per averne consiglio, chè molto fidava sul senno e sull’accorgimento di quella giovane donna, dalla quale si credeva sinceramente e disinteressatamente amato, e che sapeva prenderlo pel suo verso calmandone le ire e divertendone gli ozî. Aveva trovato in lei un carattere pieghevole, rimessivo per un calcolo di accorta furberia femminile, carattere in contrasto con quello imperioso, irriflessivo della Regina, onde l’affetto che sentiva per l’amante era come una conseguenza dell’avversione per la moglie. Ella lo aveva ben compreso e si studiava di trarne il maggior vantaggio, ponendo cura di far risaltare sempre più la differenza dei gusti, dell’indole, dei sentimenti con la Regina, differenza che, a parte la venustà della duchessa, risultava anche dal genere della loro bellezza che ne faceva due tipi affatto opposti.

Se la dignità regale, alla quale però egli aveva fatto tanti strappi in quell’esilio ove viveva come un ricco borghese, glielo avesse consentito, il Re sarebbe disceso per muovere incontro alla duchessa, per sapere almeno perchè tardasse a comparirgli dinanzi.

Bisogna anche aggiungere che da un pezzo era trascorsa l’ora della colazione, e lo stomaco regale, che non aveva punto perduto della sua vigoria nè per l’età, nè per le sventure, aveva fame quanto, se non più, lo stomaco di uno di quei lazzaroni ai quali il Re, nei tempi in cui non aveva altra cura che di divertirsi secondo i suoi gusti, aveva servito i fumanti maccheroni tolti dalla caldaia, il fuoco della quale era alimentato da Sua Maestà la Regina in persona!

Ah, erano bei tempi quelli in cui se i popoli non eran liberi, e non eran liberi neanche sotto coloro che dicevano di avere invaso il Regno per redimerli dalla schiavitù, godevano almeno lo spettacolo del loro Re tavernaio e della loro Regina pescivendola!

— Ma chi diavolo l’ha trattenuta? — borbottava il Re, andando giù e su per la stanza. — Che mi sia sbagliato? No, no, era proprio la carrozza, eran proprio i cavalli che le regalai il giorno della sua festa!

In questo sentì di là dall’uscio un fruscìo di vesti, quindi il valletto che si teneva dritto presso la porta annunziò:

— Sua Signoria Illustrissima la Duchessa di Floridia.