Indugiava a rivolgerle la parola sperando che ella rompesse il silenzio, e così potesse aver tempo di riflettere su ciò che doveva dirle in riguardo alla promessa. Intanto la veniva servendo dei cibi che lo scalco aveva disposto sulla mensa e che ella svogliatamente mangiucchiava come se il suo pensiero fosse altrove.

— Dio mio — disse infine il Re lasciando cadere coltello e forchetta sul piatto, punto dal contegno affettatamente riservato di lei, — son dunque condannato a veder sempre a me dinanzi degli scontenti? Andiamo, via, sorridi!

— Ma — rispose lei con mia graziosa smorfietta — Vostra Maestà è in collera con me per averle io ricordato una sua promessa...

— No, no, non sono in collera. Gli è che anche ad un Re, per fare certe cose che... che potrebbero destare invidie, gelosie e quindi fastidi... occorre del tempo, occorre trovare un pretesto...

— Ah intendo: la gelosia, non dico l’invidia, si desterebbe nella... nella Regina, e Vostra Maestà tenne di esser messa in castigo!...

— Che vuoi mia cara — rispose il Re che non raccolse l’ironia — quella donna mi fa paura, quella donna esercita su me una strana influenza. I dolorosi avvenimenti che si son succeduti e pei quali fummo ridotti... a quel che ora siamo, hanno acuito le asperità del suo carattere fino al punto che fu necessaria una separazione.

— Pure Vostra Maestà non ne gode i vantaggi.

Il Re la guardò ed era per aprir bocca; ma lei che aveva ben letto nell’anima di lui proseguì:

— Vostra Maestà vuol dire che se io sono qui, è già questo un vantaggio...

— Se ella mi lasciasse in pace — disse il Re sospirando — mi basterebbe. Ma quella lì non cesserà mai dal crearmi fastidi, da impigliarmi ne’ suoi intrighi; ed io che quando la so lontana sento in me la forza di resistere alle sue arti, quando mi è vicino e mi parla e mi confonde con quei suoi argomenti, ai quali non so rispondere, io finisco col far la volontà sua..