E disse ciò con un sorriso di sdegnosa amarezza.

Il Re fece un gesto di protesta:

— Che dici. Carolina, che dici? Ti giuro che...

Ma la Regina scrollò le spalle e continuò:

— Dunque dirai che era venuta per la questione, insoluta ancora, della mia dote, che io ti perseguito, che ti molesto, che non ne puoi più, eccetera, eccetera. Io intanto che ho già tese le fila e che ho bell’e fatto il mio piano da mettere in atto sol quando avessi avuto il tuo consenso, preparerò le cose onde trionfi il nostro buon diritto, e quando tutto sarà pronto ti avviserò con una lettera nella quale... sta bene attento e non scordarlo... ti parlerò della mia dote: tu mi risponderai che sta bene che hai capito.

— E che cosa avrò capito? Per carità, Carolina — esclamò il Re a cui l’ira incominciava a sbollire, raffreddata dai pericoli che intravedeva — non essere avventata, misura gli ostacoli, non fidare su quelli che ti circondano...

— Io non fido che su me stessa — rispose lei — ed ormai l’esperienza ha fatto della leonessa una volpe.

— Una tigre... come ti chiamano i nostri nemici! — mormorò il Re per farle un complimento.

— Sia pure: una tigre che avrebbe salvato il regno se non avesse avuto attorno a sè dei conigli...

— Prosegui, via, prosegui: sei divenuta ben permalosa! — disse Ferdinando, punto dalla risposta di lei.