— Gl’Inglesi non l’odiano; tanto è vero — rispose lentamente la duchessa fissando gli occhi in quelli del Re — che ad essi non è ignoto ciò che va tramando colei cui dovrebbe stare a cuore almeno la pace della Maestà Vostra e che mescola il regio nome in tutti i complotti che mirano alla rovina di questa povera Sicilia!

— Come, come? — balbettò il Re spaventato — vi mescola il mio nome? E che ne so io, che ne so? Io non ho mai saputo nulla: quella lì ha sempre agito di testa sua: fu lei a rivoltare le Calabrie, lei a soffiar nel fuoco di una guerra così feroce! Che ci entro io, che ci entro?

— È vero, Vostra Maestà non c’entra; ma pure ha firmato un proclama che se comparisse...

— Come lo sai tu, come lo sai? — gridò il Re divenuto livido.

— Sa la Maestà Vostra perchè indugiai a presentarmi a lei, perchè fui costretta a commettere un tal delitto di quasi lesa Maestà?

— No: perchè?

— Perchè nella mia carrozza era un uomo col quale mi intrattenni per circa mezz’ora nella strada che fiancheggia il parco.

— Chi era quest’uomo?

— Lord Bentinck.

Il Re rimase per un pezzo a guardare con la bocca aperta e lo stupore nel viso la giovane donna che scrollava il capo come chi comprenda bene e giustifichi la meraviglia che ha destato con le sue parole.