— Ma — esclamò il Re tra scandalizzato e sorpreso — è dunque un nobile, almeno di tre quarti! Non avrebbe commesso una enormezza simile se fosse, come dici, un rozzo capobanda, un villano. Posso ammettere financo che alla sua età... certe debolezze poi sono perdonabili: chi è senza peccato, come dice il Vangelo... Ma nominar scudiere un plebeo? Di questo, no no, non è capace, perchè ricorda fin troppo che è un’Arciduchessa d’Austria e Regina di Napoli e di Sicilia!

— Insomma, è certo che l’ha nominato suo scudiere.

— Le chiederò conto di questo, le chiederò conto!

— Vostra Maestà non dovrebbe per tal cosa di secondaria importanza compromettere la riuscita del nostro disegno. Venendo dunque ella qui si troverà il mezzo di coglierli in flagrante, in modo che lo scandalo sia pubblico, e così la Maestà Vostra potrà dormire sonni tranquilli.

— Sì, ma — osservò il Re pensoso, perplesso, che intravedeva i fastidi che gli avrebbe arrecato l’attuazione di quel disegno — è pur sempre una insidia, un tradimento!

— E lei non premedita un tradimento, lei non premedita una insidia contro coloro che vennero qui per difenderla e per proteggerla? — gridò la duchessa stizzita nel vedere che il Re non si piegava, come ella aveva sperato, facilmente ai suoi voleri.

— Ma io non voglio noie, non voglio molestie, non voglio pensieri fastidiosi — esclamò il Re, svelando così la causa vera della sua ripugnanza. — Perciò ho ceduto parte dell’autorità regia a mio figlio; perciò mi sono ritirato in questo eremo, perciò non ho neanche protestato quando mi tolsero il povero d’Ascoli, quando mi limitarono i miei privilegi...

— Ma Vostra Maestà non dovrà darsi pensiero di nulla, di nulla. Saranno i suoi amici che vigileranno, che disporranno le cose perchè tutto riesca pel trionfo della verità e della giustizia.

— Ah, così va bene! Io dunque non dovrò intervenire?

— Sì, ma senza alcun fastidio.