Ma il reggimento era stato in fretta e in furia richiamato a Palermo per l’apertura del Parlamento che avrebbe dovuto votare una nuova imposta sui grani, onde si temeva che il popolo si sollevasse, sobillato dai fratelli dell’Arciconfraternita di San Paolo. Correvano delle voci assai gravie e lord Bentinck non voleva trovarsi impreparato. Solo una compagnia rimase accampata sulla marina di Segeste, dalla quale avevano scacciato i Calabresi che oramai non erano più da temersi. Però delle pattuglie di soldati percorrevano i dintorni per dar la caccia a coloro che non erano riusciti ad allontanarsi, e non ci era giorno in cui non accadesse qualche scontro tra le pattuglie inglesi e gli sbandati, alcuni dei quali si erano rifugiati nei boschi fiancheggianti la via maestra che i soldati sorvegliavano restringendo sempre più il cerchio per affamarli e così costringerli ad arrendersi.

Per questo coloro che con Alma e Vittoria si erano rifugiati nel vecchio smantellato edificio nel centro del bosco non erano stati assaliti. Al certo gl’Inglesi ignorando quel loro ricovero, credevano che gli sfuggiti vagassero per le macchie ove non era possibile durassero a lungo, perchè il bosco nulla poteva ad essi offrire per sfamarli. A che dunque rischiar la vita dei soldati quando da un istante all’altro quei miseri avrebbero dovuto arrendersi? E ci era un’altra ragione per la quale lord Bentinck aveva raccomandato di non ricorrere alle armi che nei casi estremi: nessuna prova legale si aveva delle intenzioni ostili di quella gente: un’energica azione, non giustificata, contro di essi, avrebbe compromesso la Regina, e gl’Inglesi per altre vie volevano raggiungere l’intento di allontanarla dalla Sicilia.

Era nella loro politica di evitare che le Corti estere potessero dubitare che ai Borboni di Sicilia riuscisse odioso l’intervento dell’Inghilterra negli affari dell’isola, per non destare diffidenze e gelosie. Se negli scontri con gli sbandati qualcuno era caduto ucciso, la cosa si giustificava da sè: erano dei predoni che avevano opposto resistenza; pure, secondo le istruzioni del ministro inglese, tali fatti avrebbero dovuto evitarsi finchè fosse stato possibile, tanto più che già le prepotenze e le angherie perpetrate in Sicilia dalle soldatesche di S. M. Britannica avevano suscitato delle rimostranze, e non si voleva che esse si rinnovassero e si acuissero.

Eran dunque quattro giorni che Alma aveva trascorso fra i ruderi di quel vecchio edificio in compagnia di quella gente che le faceva ribrezzo, pure avendo per lei tutte le premure più ossequiose. In un angolo riparato dai venti e dalle pioggie le avevan fatto un lettuccio di mantelli che per buona fortuna si erano trovati sulle mule da Pietro il Toro sottratte agl’Inglesi.

La stessa notte egli in compagnia del Ghiro e del Magnaro si erano avventurati pel bosco fino al fosso in cui Pietro aveva riversato il carico delle altre mule, e camminando a passo di lupo, con la prudenza e gli accorgimenti che per la lunga vita brigantesca erano divenuti in loro una seconda natura, avevano potuto senza destar l’attenzione delle pattuglie che sorvegliavano il limite del bosco, portare nel loro castello, come chiamavano il diruto edificio, buona quantità di provvigioni, bastevole per alquanti giorni ai bisogni dello stomaco, anzi avevano di che scialarla allegramente, chè quei muli portavano le provvigioni per gli ufficiali e si sa a quale larghezza di trattamento siano usati gli ufficiali inglesi.

La gioia di quegli uomini costretti a vivere giorno per giorno e a godere oggi senza preoccupazioni pel domani era stata immensa nel veder trarre fuori da colmi cofani, carni, salami, formaggi, gallette e, ciò che li aveva fatti delirare addirittura, delle bottiglie del collo dorato che al certo contener dovevano dei vini e dei liquori degni di una mensa regale. Tutto quel ben di Dio, dopo tanti giorni di privazioni, in cui avevan dovuto sfamarsi con l’erba e con le frutta raccolte pei campi, era tale per essi una fortuna che li rendeva grati agl’Inglesi che gliel’avevano procurata.

— Io mo’ che vorrei? — diceva il Ghiro guardando con occhi cupidi i cofani trasportati durante la notte ed ammucchiati in un canto — Esser lasciato in pace qui. Non vorrei più saperne di re, di regine, d’Inglesi e di Francesi! L’aria è buona, l’ombra è fresca, il sole è magnifico, quei cofani son pieni di ogni delizia. Perchè dunque non dobbiamo vivere in pace e in amicizia con tutto il mondo?

Pietro il Toro aveva severamente sorvegliato perchè nulla fosse sottratto a ciò che lui aveva sottratto; e in verità, quantunque fosse rotta ogni disciplina, imponeva troppo rispetto misto a paura perchè si osasse di disubbidire. Egli aveva raccolto i dieci o dodici fuggiaschi che si erano ricoverati in quell’edficio dintorno al mucchio delle provvigioni come dintorno ad un’ara e aveva rivolto ad essi questo discorso:

— Compagni miei, non dobbiamo sgomentarci di trovarci qui in pochi, perchè ciascun di noi ha visto di peggio nella sua vita. Io non vi parlo soltanto in mio nome, ma anche in nome del nostro vero capo, di caporal Vittoria, degna veramente per le sue gesta gloriose di comandare a noi tutti, ed io sono il primo a riconoscere i suoi diritti sulla nostra obbedienza. Non siete del mio avviso?

— Sì, sì — gridarono a coro.