— È una femmina è vero, ma i più famosi capi delle nostre bande si sentivano onorati di combattere sotto i suoi ordini, e chi l’ha vista col coltello in una mano e con la pistola nell’altra precipitarsi sui nemici come io l’ho vista più volte...

— Anche noi, anche noi! — esclamarono gli altri.

— Come noi dunque più volte l’abbiamo vista! Ora essa attende a confortare quella povera creatura che mentre veniva con la Regina, nostra unica padrona e signora, a visitarci nella marina dove eravamo accampati, per non cadere in mano di quei maledetti inglesi dovette al par di noi rifugiarsi in questo bosco. Noi dunque dobbiamo difenderla e proteggerla come difenderemmo la Regina che ella in mezzo a noi rappresenta. Se ci sarà dato di ricondurla al palazzo reale, ove la Regina al certo si strugge in lacrime non sapendo che cosa di lei sia divenuto, e noi lo faremo; se poi saremo assaliti, anzichè a lei sia torto un capello, io pel primo giuro di farmi fare a pezzi. Chi, chi di noi non è contento di dar la vita che abbiamo arrischiato per un capriccio talvolta, in difesa di quell’angelo così bianco e così biondo come l’angelo custode che adorammo quando si era fanciulletti, a cui dicevamo le orazioni che la nonna e la mamma ci avevano insegnato, l’Ave Maria, il Salve Regina... quando non sapevamo nulla ancora di tante brutte cose e ci addormentavamo accanto al focolare col capo sulle ginocchia della vecchia nonna balbettando le preghiere all’angelo custode?

Il vecchio Pietro era commosso e commossi erano pure coloro che l’ascoltavano. Nei cuori più efferati resta sempre un cantuccio in cui gl’infantili teneri sentimenti per lungo tempo addormentati, si risvegliano talvolta, rifacendo fanciulli gli uomini più induriti nel male e nei vizî!

— Or bene — continuò Pietro vincendo la commozione — quella povera creatura, diletta compagna della nostra Regina, che ha vissuto sempre nell’oro e nel velluto; che non si è mai chinata per allacciare le scarpe e che fin dalla culla fu servita da cinque o sei cameriere come una santa nel suo altare; che fu nutrita di cibi che noi non sapremo mai che gusto abbiano; che dorme in palazzi di marmo alle cui porte fan la guardia i soldati, in certi letti con lenzuola di seta e con coperte a ricami d’oro e di argento, ora si trova qui in mezzo a noi, in un bosco, fra le mura cadenti di un edificio in cui han fatto il nido i corvi e le civette, e ci si trova per noi, perchè era venuta con la sua amica la Regina per salutar noi, per portarci dei denari! E dunque noi dobbiamo difenderla, dobbiamo proteggerla con le nostre braccia, coi nostri petti, come difenderemmo, come proteggeremmo il nostro angelo custode se mai avesse bisogno di noi. Non dico bene?

— Sì, sì, dici bene.

— Vedete, anche Vittoria che, diciamolo, sapendo quel che vale, non si piega facilmente, l’assiste, la conforta, cerca in ogni modo di renderle meno penoso il triste caso che le è capitato. Dunque, compagni miei, noi non sappiamo fin quando dovremo stare qui come volpi nella tana, perciò bisogna saper contenerci e non far sperpero delle provvigioni, che io custodirò, e guai guai a colui che volesse farmi qualche brutto tiro! Sapete che quando dico «guai» si può star sicuri che ci saranno guai!

— Ma dovremmo anche pensare a trarci fuori da questa trappola — disse il Magaro. — Potremo durarla tre, quattro, cinque giorni, ma se gl’Inglesi ci tengon qui assediati per farci morir di fame...

— Noi resteremo qui finchè potremo sostenerci, poi decideremo il da farsi, tanto più che io ho una speranza...

— E perchè non ce la dici?