— Grazie, signora.

— Ah — rispose Vittoria sorridendo con amarezza — fui una signora, ma adesso, oh, adesso non sono che caporal Vittoria, della quale avete sentito certo discorrere come di una orrenda femmina!

— Io so che siete con me assai buona, assai buona in questo orribile mio stato. E... nulla di nuovo?

— Nulla, figliuola mia. Le pattuglie degl’Inglesi van percorrendo i limiti del bosco, ma non osano avventurarsi fin qui.

— E nessuno... nessuno è venuto da parte di Sua Maestà per cercare di me, per soccorrermi, per trarmi da questo luogo?

— Nessuno. Ma non bisogna fargliene una colpa, chè ella non sa dove io vi abbia condotto. Se poi non ne potete più, se, come pur troppo comprendo, non vi sentite in grado di più oltre sopportare i disagi di questo stato, così orrendo per voi, non vi resta che uscir fuori da questo bosco e affidarvi alle pattuglie inglesi che di certo incontrereste per esser ricondotta alla villa reale.

— E non dovrei dire il perchè mi trovai qui? E non comprometterei Sua Maestà? No, no: lei innanzi tutto, lei per la quale tanti han sacrificato la vita, lei a cui tutti noi abbiamo giurato fedeltà...

— L’amate molto dunque? — disse Vittoria fissandola per leggerle la verità negli occhi, se mai le parole cercassero di dissimularla.

Ella trasalì lievemente e il volto le si velò di rossore.

— Io amo in lei — rispose dopo un istante di esitazione — quei principî pei quali i miei padri versarono il loro sangue; io amo in lei la regalità che fa sacra ogni fronte su cui Dio ha messo una corona, per la quale darei la mia vita, sicura di compiere un dovere!